lunedì, gennaio 29, 2007

La musica per ogni occasione


Immaginate di avere sempre l'opportunità di circondare la vostra esistenza, composta da innumerevoli occasioni, di musica adatta.
Non male vero?
Non so voi ma il sottoscritto "rosica" sempre ogni qualvolta al cinema nota che il protagonista , qualsiasi sia il suo stato d'animo, ha sempre la musichetta d'accompagnamento sotto...sempre maledettamente azzeccata.
Ovviamente non è quello a cui possiamo aspirare noi, ma le molteplici opportunità che la tecnologia odierna e il qualunquismo musicale spinto di oggi offrono possono sopperire a questa mancanza.
La cosa migliore che possiamo fare per noi stessi e per chi ci sta intorno è scegliere bene.
Ecco dunque una lista di "dritte" musicali per le occasioni classiche:

1- Cena romantica a casa con il partner: dunque, scordiamoci decisamente George Michael e Careless Whisper per cortesia; metterla su al giorno d'oggi è na cafonata terribile. Meglio della musica soft, da camera, che si presta ad un ascolto distratto e permette dolci conversazioni e languidi sguardi.
2- Cena Aromantica a casa con il "partner": qui il convivio è visto decisamente come un preliminare del vostro vero scopo, sia che siate donne che siate uomini, quindi è perfettamente inutile permeare l'ambiente con uno pseudoromanticismo da film con Meg Ryan, molto meglio mettere sotto della musica che dia la carica e faccia perdere ogni velleità di dolcezza alla serata. Preferenza per il Rock anni 70.
3- Wake up dopo una nottata brava e con l'autobus per andare al lavoro che già strombazza in fondo alla strada; 2 alternative: a)se eterosessuali, colonna sonora di Rocky; b) se omosessuali, tutta la funky black whatever you call it anni 80, con preferenza per Maniac di Michael Sembello.
4- House party all'americana (magari): si opta quasi sempre per i grandi classici non ballabili finchè c'è poca gente e magari, da bravi italianetti, una qual certa renitenza a conoscersi...poi si va in crescendo con la musica Dance contemporanea- preferenza House- per poi divertirsi, una volta ubriachi fradici, con la Revival 70 e 80. Finale con lenti per i pomicioni ed Happy Days col bicchierino della staffa.
5- La musica in macchina: per uno che abita a Roma lo stereo in macchina assume significato ESSENZIALE. Anche in questo caso però si è costretti a differenziare i diversi momenti abitudinari. Traffico mostruoso sul lungotevere di Sabato sera: mettetevi "er core in pace" e alzate un pelino il volume della discografia di Tom Waits e Louis Armstrong con intermezzi comici delle colonne sonore di Benny Hill ed Ace Ventura per evitare il suicidio ormai prossimo.
Strada completamente spianata e nessun orario per l'appuntamento: Bruce Springsteen docet e Creedence Clearwater Revival non vi faranno sentire nessuno di quei tanti chilometri (perchè sicuramente vi trovate in autostrada, a Roma non è MAI vuota la strada) che state facendo.
Classica serata da NON SO DOVE STO ANDANDO MA SO CHE CI STO ANDANDO, unico consiglio: assecondate il vostro umore e agite sullo stereo di conseguenza.

Scion

domenica, gennaio 21, 2007

L'evoluzione della musica


Il giovane che ascolta un determinato tipo di musica, finisce per acquisire un certo modo di essere, di vestirsi, di parlare, frequentare certe persone piuttosto che altre. La musica come valore fondamentale nelle scelte e nella vita della persona. Ogni cultura possiede un linguaggio musicale proprio e specifico, fatto di organizzazione di suoni, ritmi, armonie, sonorità, strumenti, forme e questi, a loro volta, riflettono modi di pensiero, ideologie, credenze, usanze, caratteristiche ambientali ecc. La musica, dunque, segue l’evoluzione della società, dei suoi gruppi nel suo continuo e dinamico trasformarsi, spesso assumendo caratteri negativi, altre volte positivi, ma resta comunque un'immancabile compagna di vita che cambia colore, corpo e anima al mutare di noi stessi. Ecco in anteprima online la foto di una pagina del sito che sta per essere lanciato nel progetto di Milano e Roma, si chiama EUROTHEORY.COM e sarà online in versione completa dal 1 gennaio 2007. "E' un (nuovo) portale musicale europeo che diffonderà la musica di gruppi ESCLUSIVAMENTE europei", come ci dice l'ideatore Andrea Nardini, "che nel mare magnum del web non riescono ad emergere per l'atroce concorrenza della musica americana all'interno dei siti musicali". Grazie a quest'innovazione multimediale, si potranno uploadare profili di gruppi e case discografiche, foto, mp3, video, consultare classifiche e scoprire tanti tanti gruppi finora sconosciuti, quegli innumerevoli talenti emergenti che hanno semplicemente voglia di farsi ascoltare e perchè no anche apprezzare.
Uno spazio dedicato a chi di musica vive!
simulescion3

lunedì, gennaio 15, 2007

CINEMA ORIENTALE: Il Wuxia-pian


Per analizzare la nuova ondata del cinema asiatico dobbiamo considerare una curiosità.
Da sempre ammiratore di tale genere cinematografico, prima di iniziare le riprese di Kill Bill, Quentin Tarantino ha consegnato al suo direttore della fotografia una lista di titoli da visionare, ossia quasi tutti i film wuxia prodotti dalla famosa Shaw Brothers. Un elenco di b-movies made in Hong Kong sulla scia degli spaghetti-western e delle faide di guerrieri e samurai giapponesi. Ma qual è il significato preciso di questo nome? Il wuxiapian è un film di combattimenti cavallereschi, definito talvolta film di cappa e spada, i cui protagonisti sono dei cavalieri erranti. Questo è uno dei generi più forti di Hong Kong, il cui marchio di fabbrica sono le fastose scenografie ricreate proprio all'interno degli studi Shaw, un firmamento che parla mandarino e che esalta l’ideale nostalgico della patria perduta e sviluppa l'idea mitica della Cina. Il periodo di maggior popolarità è il decennio che va da metà degli anni sessanta alla metà degli anni settanta. Come ne “La Tigre e il Dragone” di Ang Lee, i film wuxia-pian si compongono di dialoghi poetici, di combattimenti mozzafiato bilanciati con l’analisi emotiva dei personaggi, dove da una parte sta l’azione-estetica, dall’altra, la profondità-psicologica. L’armoniosa coreografia dei duelli fatti di voli acrobatici e leggerezza sinfonica rispecchiano la ricerca di libertà dei personaggi, volare diventa sinonimo dello “sfuggire alla realtà”. Uno degli ultimi esempi del genere è Hero, di Zhang Yimou, che ha rilanciato l’eroismo romantico orientale sul grande schermo. Hero è un wuxia assolutamente astratto, infatti nonostante la storia sia violenta, il sangue e la brutalità ne sono come banditi, tanto che due combattimenti sono mentali, solo immaginati, come in quelle storie di samurai dove uno scambio di sguardi tra due guerrieri, serviva per decidere l’esito del combattimento. Risulta, così, una continua sfida alla fisica e alla gravità, dove i colpi dei personaggi sono in grado di deviare centinaia di frecce, dove il tempo si ferma e tutto si decide sul terreno di un distesa d'acqua. Tuttavia, il wuxiapian, pur essendo tipicamente cinese, raccoglie al suo interno influenze maggiori provenienti da tutto il mondo: è un luogo di fantasia spesso indifferente alla verosimiglianza storica, dove però permane il concetto di eroe che contamina anche generi estranei, come i moderni gangster movie. Il sottobosco cinematografico da cui nasce la leggenda dei wuxiapian è ricco e brulicante: vi si muove, in primis, tutto il cinema degli albori cinese, che dagli iniziali vagiti già raccontava storie di cavalieri erranti dotati di magici poteri. Un'importante influenza viene dal cinema giapponese di samurai, che all'epoca riscuoteva enorme successo presso il pubblico. In questi film tanto i buoni, quanto i cattivi dispongono di poteri quasi magici e i loro corpi possono sfidare la gravità in salti spettacolari, contro ogni legge della fisica. Qui si trova una basilare differenza tra il film di kung fu ed il wuxiapian: mentre gli eroi del primo imparano con difficoltà le arti marziali che serviranno loro ad ottenere vendetta (un allenamento volto al perfezionamento del corpo e della mente), la maggior parte dei cavalieri erranti sono già in possesso di incredibili poteri e spesso di ancor più fantasiose armi. Uno dei registi cardine del movimento wuxia è stato Zhang Che. Scopritore di talenti, Zhang non si limita ai soli attori che, sotto la sua regia, diventano star: il suo assistente alla regia più celebre è John Woo. Se Zhang rappresenta il lato macho ed ultraviolento dei wuxiapian (lato che Woo continuerà ad esplorare nei suoi film , che sono stati a più riprese descritti come film di cavalieri che brandiscono pistole anziché spade), il suo collega King Hu sviluppa invece una poetica intimista di grande bellezza formale. Questi due autori, così diversi, hanno dato lustro all'epoca d'oro dei wuxiapian, e ne hanno vissuto parimenti il declino, spingendo all'estremo le loro ossessioni oniriche e allegoriche. Rimane il fatto che il wuxiapian è stato e resta un prodotto di nicchia, che spesso, dopo l’exploit iniziale, tende a stancare il pubblico, quindi ad autoesaurirsi facilmente. Ovvio che nessuno se lo auguri, perché le opere sono dei veri e propri manifesti d’amore verso il cinema. E’ importante, però, sottolineare come questo resti un genere dalla difficile digeribilità, specie al momento della sua esportazione nei più smaliziati paesi occidentali.
SimOne

mercoledì, gennaio 10, 2007

BASKET NBA: Effetto Andrea Bargnani



Raptor #7 in action vs Carter

da www.gazzetta.it

TORONTO (Can), 7 gennaio 2007 - Domenica prima e durante l’incontro Toronto-Washington si è festeggiato all’Air Canada Centre l’Italia Day in onore di Andrea Bargnani e Maurizio Gherardini. La Camera di Commercio italiana di Toronto ha organizzato un brunch prima della partita per dare il benvenuto ufficiale all’azzurro con l’atleta romano ospite d’eccezione insieme al vice presidente dei Raptors. Un’occasione unica per i tifosi italo-canadesi per incontrare il giocatore che in soli due mesi d’attività nella Nba è già diventato un punto fermo della squadra canadese. “Penso che non solo avrete la possibilità di ammirare Andrea come giocatore ma anche come personaggio positivo - ha detto Gherardini -. Vogliamo che voi possiate essere fieri delle esperienze di Andrea in campo e del mio lavoro dietro la scrivania. Vi siamo riconoscenti per il sostegno e ci auguriamo che il tifo italiano aumenti nel corso della stagione, da parte nostra vogliamo contraccambiare facendo sì che Andrea diventi motivo d’orgoglio per la comunità. Attualmente siamo la franchigia Nba maggiormente riconosciuta all’estero forse perché abbiamo raccolto così tanti giocatori internazionali e per la grande attenzione mediatica derivata dalla selezione di Andrea al draft. Stiamo lavorando duro per riportare Toronto in una situazione vincente più in fretta possibile e per farlo abbiamo bisogno di giocatori speciali e di un gm speciale come Bryan Colangelo. L’obiettivo è di conquistare il rispetto a livello mondiale e ci riusciremo di sicuro".
Ed ecco finalmente, accolto da un caloroso applauso, Andrea Bargnani scortato dall’organizzazione Raptors. Il Mago esordisce in inglese: “Sono molto felice di essere tra di voi anche se ho poco tempo perché mi attendono per il riscaldamento pre-partita.”, mentre un fan lo incita a parlare in italiano. Bargnani si è prestato a firmare più autografi possibili prima di essere richiamato dallo staff dei Raptors. I circa 150 partecipanti al brunch hanno avuto la possibilità con il biglietto acquistato di assistere alla gara contro i Wizards prima della quale è stata consegnata ai primi diecimila tifosi giunti all’ACC una statuetta da collezione raffigurante Andrea Bargnani (a essere sinceri poco rassomigliante come ha ammesso lo stesso Bargnani). Una parte del ricavato del brunch andrà alla fondazione italiana in favore degli anziani Villa Charities, alla quale Bargnani ha contribuito personalmente con una donazione di 10.000 dollari.

simulescion3

martedì, gennaio 02, 2007

CINEMA: Lord of war


Il signore della guerra è colui che ne decide le sorti vendendo il mezzo più semplice al miglior offerente: le armi. Perché la vera arma di distruzione di massa non è rappresentata da un ordigno nucleare, ma da una tonnellata di mitragliette Uzi convogliate illegalmente nei paesi in guerra e date in mano ai bambini-soldati. Questo è l’assunto di base del nuovo film di Andrew Niccol, uno dei pochi autori hollywoodiani che giocano col sistema, si pongono sulla soglia del circuito mainstream, raccontando le loro storie. Spesso crude, ironiche e pervase da un alone di ambigua moralità. Lord of war ne è solo l’ultimo (dirompente) esempio, un’opera che l’autore di The Truman Show, S1mone e Gattaca, ha trasformato in un inno al cinismo, dove non è mai stato tanto vergognoso schierarsi dalla parte del cosiddetto antieroe. Un uomo, Yuri Orlov, che fa del suo lavoro di mercante d’armi una professione di vita, un mestiere che richiederà il suo sangue e che lo lascerà solo e pieno di rimorsi, dopo vent’anni in lungo e in largo tra i peggiori olocausti silenziosi che la storia recente ricordi: dall’Africa Centrale ai Balcani. Un impeccabile Nicolas Cage da il volto al protagonista, riuscendo nella machiavellica impresa di rendere credibile tanto la difficoltà di comunicare con la propria famiglia (dal fratello Jared Leto, alla splendida moglie Bridget Moynahan), quanto la lucida tranquillità dell’inganno che i suoi occhi hanno mentito di fronte all’ennesima perquisizione dell’agente di polizia (Ethan Hawke), messosi sulle sue tracce. L’ossatura della pellicola è quella del gangster movie, si narra la perdizione morale di un antieroe raccontata dal suo punto di vista. Tra Sierra Leone e Ucraina, Orlov aumenta il suo impero dai primi anni ottanta fino ai giorni nostri, una quotidianità in cui i proiettili assumono il valore di una merce di scambio, come se l’uomo fosse tornato all’era del baratto. In questo caso, però, è solo la vita ciò che rimane sul piatto della bilancia. Il film tratta argomenti scomodi e spinosi e non lesina sul mercenarismo del mondo politico, né difende l’istituzione degli Stati Uniti, troppo spesso complici anche di ciò che di brutto c’è al mondo. Le affermazioni finali, colte dallo sguardo triste e disilluso di Orlov, afferma come sulla terra una persona su dodici possegga un arma e come gente come lui si prodighi per armare le restanti undici. La terza fatica registica di Niccol coincide con un attacco globale a tutte quelle nazioni, membri permanenti dell’Onu, che fanno del commercio delle armi un conscio business di sangue, stando poi a guardare senza intervenire i piccoli conflitti locali, specie nei paesi sottosviluppati dove i pseudo-dittatori la fanno da padrone, arrichendosi sulla fame del popolo. Il film si macchia solo ogni tanto di prevedibilità, ma per gli occhi resta comunque uno spettacolo autocritico, un’opera solida e ben costruita che trova in se stessa l’energia per autoalimentare la denuncia che porta avanti, per raccontare una storia attualissima, coinvolgente e di grande spessore emotivo. La perdita della propria coscienza è solamente il primo passo sulla strada della perdizione, perché il (vil) denaro appiana ogni divergenza e soffoca ogni malumore, compreso il fastidioso ronzio dentro le orecchie che risponde al nome di omertà. In fondo, come direbbe Yuri, questa non è la nostra guerra. Ma allora con chi ci dovremmo schierare?
SimOne

sabato, dicembre 09, 2006

Back in MUSIC: Le Vibrazioni



Le Vibrazioni presentano "Officine meccaniche" - 4 anni di continua evoluzione


(da www.rockol.it) Alla stampa, che ha ascoltato la nuova fatica di Francesco Sarcina e soci nel modo più rumoroso e "sano" possibile, Le Vibrazioni si presentano praticamente ancora con gli strumenti a tracolla: barba e capelli lunghi, l'ensemble meneghino smorza (con ironia) chiunque ipotizzi una "svolta rock" nella produzione del gruppo di "Dedicato a te": "No, non è una curatrice d'immagine che ci ha consigliato questo look", scherza Francesco, lievemente influenzato, a pochi metri dal palco, "In studio pensi solo alla musica, e trascuri tutto il resto. E la barba, se non viene rasata, cresce". E proprio dallo studio il cantante parte a spiegare la genesi di questo nuovo disco, caratterizzato da una scrittura sicuramente più ruvida e meno facile dei precedenti: "Già, 'Officine meccaniche' è anche il nome dello studio di Mauro Pagani, quattro mura che hanno visto e fatto la storia del rock, nazionale e non solo. Noi l'amore per le sonorità vintage e i processi produttivi analogici l'abbiamo sempre avuto, quindi questa volta ci è sembrato di realizzare un sogno...". E quei riff acidi, quegli intermezzi strumentali dove theremin e delay la fanno da padrone? "E' vero, i brani nuovi sono più spigolosi di quelli vecchi", interviene Marco, il bassista, "Ma noi, un forte impatto live, l'abbiamo sempre avuto". Secondo album, sarà la svolta?...

simulescion3

domenica, dicembre 03, 2006

CINEMA ITALIANO: poca fantasia e troppa realtà


LA VERA CRISI DIPENDE DALLA MANCANZA DI GENERI
(FILM MONOTEMATICI E PELLICOLE A SENSO UNICO NON COINVOLGONO PIU’...a lato "Le conseguenze dell'amore")
Ne abbiamo parlato,abbiamo provato a spiegarcelo,insomma ce lo siamo chiesto proprio tutti credo: Qual è la causa degli insuccessi commerciali dei film made in Italy? Ebbene a monte delle varie discussioni e delle ipotesi avanzate,la spiegazione l’abbiamo avuta sempre davanti agli occhi,senza rendercene conto. Cosa manca alla nostra “gloriosa” industria cinematografica per riuscire a risollevarsi,magari anche all’estero?In questi ultimi anni di grande rivoluzione visiva,con l’avvento e il conseguente impatto massmediale della tecnologia digitale,l’Italia(come altri paesi europei,non disperiamo)non è riuscita a mutare quella radicata abitudine del fossilizzarsi su un unico genere fiction: il dramma real-storico nel Belpaese.Per carità,nulla da togliere a quelle opere che annualmente tentano di risollevare il disastrato mercato italiano(interamente dominato dai prodotti hollywoodiani),ma la situazione resta tale. Questo è il quadro che si presenta ai nostri occhi,analizziamolo meglio. La totale presenza delle pellicole d’oltreoceano è dovuta proprio alla possibilità,che i film statunitensi concedono agli spettatori,di poter scegliere tra numerosi generi. Cosa che si rivela fondamentale poi all’ingresso in sala. Il fruitore italiano medio,se volesse optare per un film nostrano,non avrebbe nessuna difficoltà nel preferire il classico genere impegnato,ma se volesse cambiare,attirato,non so,dalla fantascienza,dall’azione,dall’horror,dal thriller e via citando,si troverebbe spiazzato,anzi privo di una qualsiasi possibilità di scelta. Come ho detto prima,salvo qualche eccezione,che effettivamente conferma la regola e che,negli ultimi anni,possiamo indicare in film come:L’imbalsamatore di Matteo Garrone,Almost Blue di Alex Infascelli,Ricordati di me di Gabriele Muccino,Piazza delle Cinque Lune di Renzo Martinelli,oltre ai soliti apprezzatissimi lavori di Salvatores,Verdone e di altri autori,la produzione italiana è orientata verso pellicole di scarsi e previsti incassi cinematografici e verso un successivo sfruttamento delle stesse a livello televisivo. Già,in Tv,dove per calcoli aziendali ed economici il filmetto soft da prima serata,magari ultracensurato,è dato in pasto ad un target senza nome,che,posso assicurare,è perfettamente consapevole della differenza di prime visioni passate dal grande al piccolo schermo e non se ne fa sempre una ragione. Bisognerebbe,dunque,guardarsi intorno e capire che i movie-gender sono opportuni e necessari ad un maggiore pluralismo cinematografico. Solamente in questo modo l’Italia dei film potrà riossigenarsi,solo così,potrà riaccendere nel pubblico quel desiderio smarrito di vedere un film italiano diverso dal solito.
SimOne

martedì, novembre 28, 2006

Sportivi si nasce, a volte si diventa.



"Per Karl Malone allenarsi seriamente era fare il proprio dovere"
La differenza che passa tra una persona che fa sport ed uno sportivo è esattamente la stessa che passa tra una persona che fa il suo lavoro ed una persona che ama fare il suo lavoro; volendo dare un' identità a questo concetto possiamo riassumere il tutto con "spirito di abnegazione".
Restringiamo il campo.
Evitiamo inutili divagazioni su sport della domenica o "sport" tipo il bodybuilding e concentriamoci sullo sport che si tratta qui su Simulescion: il basket.
Lavora.
Suda.
Respira.
Ricomincia.
Bastano questi quattro ordini al tuo cervello per correre su e giù per il campo, lottare in difesa, trovare buone soluzioni in attacco, aggredire il rimbalzo, buttarti sulla palla vagante...mettere dentro tiri che contano.
Tutto nasce dalla MENTALITA'.
Troppe volte giocatori con notevoli potenzialità gettano tutto all'ortiche per mancanza di spirito d'abnegazione e mancanza di carattere.
Se pensi di non essere adeguato o non vuoi impegnarti fino in fondo, tanto vale che prendi una palla da Cisalfa, vai al campetto più vicino e ti metti a tirare.
Nessuno ti vorrà in squadra, non conta quanto sei simpatico o spiritoso, conta quello che dai..e non c'è peggior sensazione che puoi instillare nell'allenatore e nei compagni di quella che non stai dando il massimo in quel momento.
E' sbagliato a qualsiasi livello, non conta se amatoriale o professionistico, quando c'è un avversario si dà il massimo..in primis per rispetto per la squadra, poi per rispetto dell'avversario stesso, ed ancora per rispetto per se stessi.
Se vuoi buttarti giù, se vuoi che il senso di sconfitta invada il tuo cervello e quindi le tue forze, se scegli la strada più corta fai pure....ma al campetto di cui sopra.
Quando fai parte di una squadra si inizia e si finisce con essa, e le individualità sono volte sempre e solamente all'innalzamento del livello del team.
Sei entrato da 10 min, hai 0 su 4 al tiro, 3 falli tutti evitabili e l'allenatore che urla nelle tue orecchie...ti arrendi?
Manca non molto alla fine della partita, il tuo tabellino dice sempre 0 in ogni voce statistica, l'unica riempita sono gli orrendi falli evitabili (con contestazioni e probabili tecnici), la tua squadra è ancora in gioco e l'allenatore e i compagni contano comunque su di te...ti arrendi?
Credi che il fatto stesso di essere al centro delle speranze del tuo team sia eccesso di fiducia nei tuoi mezzi? bene, prendi da parte tutti e dillo..nessuno si fiderà più di te, l'allenatore ti utilizzerà sempre meno fino a non convocarti più, e i tuoi compagni ti guarderanno con terrore ogni qualvolta chiederai loro la palla.
Ti arrendi?
Come molti altri sport nel basket una buona prestazione è sintomatica di ottimo lavoro in palestra e se non ti impegni in allenamento non otterrai nulla in partita.
Hai fatto schifo all'ultima partita, credi di esserti allenato bene oggi? si? già il fatto che lo credi vuol dire che non hai fatto passi in avanti dall'ultima partita..torna in palestra.L'appagamento è il cancro della competizione, non importa a che livello ci si trovi, l'importante è fare quel che si fa al massimo delle proprie potenzialità, e i peggiori sportivi sono coloro che pensano di poter fare bene anche senza sforzarsi più di tanto. Sarai anche una bravissima persona, ma sei uno che fa sport, non uno sportivo.
(ndr SimOne: dedicato a chi NON ha voglia di mettersi in gioco..)
Scion

venerdì, novembre 24, 2006

Digressioni..."Una scomoda verità"







Si chiama An inconvenienth truth il film di Davis Guggenheim sui cambiamenti climatici che arriverà a gennaio nelle sale cinematografiche italiane, ma è stato già mostrato ai festival del cinema di Locarno e Cannes. Al Gore, candidato alla presidenza degli Stati Uniti, mette in guardia non solo la popolazione statunitense ma tutto il mondo, sui danni che l'effetto serra sarà in grado di produrre se non si pone rimedio alla sconsiderata crescita delle emissioni di gas inquinanti nell'atmosfera... Attraverso il Protocollo di Kyoto ed altre misure d'intervento immediato l'umanità per la salvaguardia del proprio pianeta Terra dovrà porsi di fronte al cosiddetto Global Warming. Riscaldamento globale è un termine usato per descrivere l'aumento nel tempo della temperatura media dell'atmosfera terrestre e degli oceani. L'opinione scientifica sul cambiamento del clima, come espresso nel Pannello Intergovernativo sul Cambiamento Climatico (IPCC) delle Nazioni Unite, e firmato dagli accademici di scienza delle nazioni del G8, è che la temperatura globale media è aumentata di 0,6 ± 0,2 °C dalla fine del XIX secolo e che "la maggior parte del riscaldamento osservato durante gli ultimi 50 anni è attribuibile alle attività umane.
Dal blog di Beppe Grillo:
Se vogliamo evitare che le generazioni future ci sputino in faccia e ci chiedano i danni dobbiamo fare qualcosa per il pianeta. Le iguane, fuori dalla finestra di casa mia a Genova, mi guardano come un estraneo al sole estivo di ottobre. I grilli cantano tutta la notte. Le api fanno il doppio lavoro estate/inverno. I dati dell’effetto serra sono ormai quotidiani come le previsioni del tempo. Ci sommergono. Come faranno le acque con le coste e le città. Ma ci sono sempre gli scettici. Quelli che non ci credono e che ci sono sempre alternative. Senza mai dire quali. Altri che più modestamente se ne fregano. I ghiacciai si sciolgono. I fiumi si seccano. Le falde acquifere scendono.Basta con il catastrofismo? Con la solita deriva catastrofista per non affrontare i veri problemi. 279 specie di piante e di animali si stanno spostando verso nord. La malaria è arrivata sulle Ande. Lo scioglimento dei ghiacciai della Groenlandia è raddoppiato negli ultimi dieci anni. E la deriva catastrofista continua con le previsioni per i nostri nipotini. Quelli che butteranno le nostre ossa in una discarica. Entro il 2050 il polo nord scomparirà, un milione di specie si estinguerà, il livello del mare salirà fino a cinque metri.
Andiamo a vedere il film, è un piccolo tributo per capirci meglio sulla questione, un’inezia per la salvezza del pianeta.
simulescion3

martedì, novembre 21, 2006

BASKET: Magic Team in vetta al girone A


ALGARVE 55 - MAGIC TEAM 64
ALGARVE: FEDERICO C. 5, FRATELLO 9, BURATTINI 10, BERNARDI 5, PINCHETTI 2, Caon 12, Di Rocco, Brugnoli 8, Pisani L. All. Paciarelli.
MAGIC TEAM: VALENTI 11, VALENTINO 14, MARRACINO 1, BRUNO 6, PISANI 11, Bracci 2, Riccioli 3, Crucitti 7, Pisani M. , Stampacchia. All. Laurenti.
ARBITRO: Gargiulo di Roma
PARZIALI: 9-13 / 19–11 / 17-18 / 10-22
Il quinto atto del campionato di promozione vede sfidarsi Algarve e Magic Team. Ancora in formazione largamente rimaneggiata il Magic, privo di ben 6 titolari, riesce a conquistare 2 punti preziosi in trasferta contro una squadra che si è dimostrata molto ben schierata in campo, agressiva in difesa e che ha impostato un gioco molto fisico contro i lunghi avversari riuscendo a sopperire ai cm di differenza. Ora il Magic Team è atteso alla prova della verità giovedì prossimo, contro il torvaianica. Lo scontro al vertice, entrambe le squadre sono ancora imbattute, a quota 5 W dopo cinque gare di campionato, sarà infatti un buon banco di prova per verificare le vere ambizioni del giovane gruppo di Montesacro.
simulescion3


giovedì, novembre 16, 2006

Professione Doppiatore


Quanto contano in Italia le “Voci senza volto”?
La saletta buia è illuminata solo dalla lampadina sullo scrittoio e dal chiarore dello schermo. Pian piano gli occhi si abituano,così l’ambiente intorno a noi prende forma,rivelandoci il luogo dove i doppiatori lavorano,il loro habitat naturale. Uno di loro sta rileggendo la parte che dovrà incidere,mentre l’assistente rivolge un cenno al di là del vetro insonorizzato al direttore del doppiaggio. Si può iniziare.L’Italia è uno dei pochi paesi che può vantare una lunga e storica tradizione di doppiaggio,nonostante nei primi tempi,e si parla di diverse decadi fa,chi dava voce ai volti degli attori non era osannato,anzi trovava più critiche che assensi. Nata comunque per esigenze di scarsa alfabetizzazione nazionale,la figura del doppiatore fu interpretata agli esordi da pochi volenterosi,i soliti noti che ritroviamo sempre in ogni film dell’epoca. Successivamente,e per giusti meriti,questa professione è stata molto valorizzata,fino a giungere all’importanza che ha acquisito negli ultimi anni. Fare il doppiatore richiede grande sacrificio,un ferrea determinazione,l’essere “attore” fuori dagli schermi e senza un pubblico dinanzi. La questione,dunque,non è discorso di impegno lavorativo,ma solitamente nasce quando il pubblico si divide su una stessa opinione. Perché è ormai chiaro che da tempo c’è chi sostiene che una qualsivoglia pellicola cinematografica possa incrementare il proprio valore,se proiettata in lingua originale. Ci sono altri,invece,per i quali i sottotitoli creano disagi nella lettura e l’idea di privare i loro idoli della voce che li ha fatti “innamorare”,è vista come delitto sacrosanto. Altri ancora si astengono. Certo,se si pensa a voci storiche come quelle di Ferruccio Amendola o Giancarlo Giannini,i doppiatori di icone hollywoodiane quali Robert De Niro e Al Pacino,ma anche a certe “nuove” leve come Luca Ward,Roberto Pedicini,Alessandro Rossi, Tonino Accolla e via citando,si fa presto a schierarsi con i secondi. Ma se si assiste a Festival o Mostre del Cinema,come quella di Venezia,dove si rimane incantati di fronte alla bravura recitativa di alcuni attori,bisogna dare ragione anche ai primi. Sta a noi tutti scegliere ciò che si adatta maggiormente alle nostre esigenze. Gli addetti ai lavori si interrogano spesso su questo dibattito,anche se la soluzione resta ancora aperta. Sicuramente l’obiettivo,tutt’altro che utopico,dovrà essere almeno quello di concedere allo spettatore la possibilità di decidere,per conto proprio e senza imposizioni, verso quale delle due scelte optare. Per ora lo scenario,a meno di quelle eccezioni riassunte nelle sale che già offrono questa disponibilità,resta tale e immutato. Perciò,quando al termine di una proiezione scorrono i titoli di coda,soffermiamoci anche sui nomi di chi, dall’ombra, presta la sua voce al cinema.

SimOne

domenica, novembre 12, 2006

CINEMA: The Departed



Bello, bellissimo film come il sottoscritto non ne vedeva da un bel pò, sfornato dalla mente sapiente di quel genio che è Martin Scorsese, i cui recenti pseudo flops (Gangs of New York e The Aviator) lo hanno restituito allo stato di grazia al quale ci aveva abituati.
Grazie anche ad un' interpretazione molto intensa e piacevolmente nervosa di Leonardo Di Caprio, oramai attore prediletto dal buon Martin, ed al solito straordinario Jack Joker Nicholson (che qui appare come un padrino un tantino insudiciato dalla totale mancanza di moralità), che tra una battutaccia sui preti pedofili e uno sguardo come solo lui sa regalare ci offre ancora una volta cosa vuol dire "calarsi nella parte" quasi facendola sua, come se lui fosse sempre stato il Boss Costello e nessun altro.
Film magistralmente diretto ripreso da una pellicola hongKonghiana del 2002, The Departed rovescia subito il concetto di legge e fuorilegge, di giusto e sbagliato facendo fare paradossalmente la cosa giusta al protagonista con il passato e il presente più a rischio e la cosa sbagliata a quello dal passato immacolato e dal futuro in ascesa.
Si incontreranno dopo giochi psicologici, ricerche di giuda del dipartimento e omicidi più o meno preventivati, il tutto sotto gli occhi di una Boston che pompa il solito sangue irrequieto irlandese e che non dona ai suoi figli la benchè minima capacità di discernimento tra inferno e paradiso.
Ecco che quindi risulta importante la filosofia di vita di Jack Costello Nicholson, secondo il quale se non ci si può fidare nemmeno di preti -pedofili- e suore- un pò troppo libertine- figurati se vale la pena di porsi dei limiti in efferatezza e brama di potere.
Li tiene tutti nelle sue mani il buon Costello, rivelando e nascondendo tutto a tutti, dal suo protetto- protetto? chi protegge chi?- Matt Damon fino all' FBI, rimestando quel gran calderone di guardie e ladri che sfocerà nella rappresaglia più violenta e nella resa dei conti che non deve essere necessariamente, come il film del resto, "giusta".
Leo Di Caprio rischia la vita per consegnare Costello alla giustizia salvo scoprire che Costello in fin dei conti, è giustizia a sè, come lo specchio di ciò che non deve essere toccato in America.
Ecco perchè Costello parla come se fosse l'America in persona, lui ne rappresenta l'essenza estremizzata, il marciume e il potere, tutto all'ennesima potenza..come se dalle sue mani partissero i fili che governano il mondo.
Di Caprio trova anche il tempo di innamorarsi, nel poco tempo che gli concede il suo incarico di infiltrato, dell'unica persona che sembra non trattarlo come capra sacrificale, buono solo per abbattere a cornate il portone dorato della malavita organizzata bostoniana.
E' grande Leonardo in questo film, volubile, irascibile, nervoso e con un senso di giustizia che pare guidato più che altro dalla spaventosa voglia di vendetta che proverà nei confronti dell'irritante- e pur bravo- poliziottino Damon, che sembra uscirne indenne e pulito anche quando il letame sfiora il soffitto.
A pareggiare i conti- si far per dire- ci penserà Mark Wahlberg, che una volta tanto non impressionerà per l'eloquio forbito ma per quell'attimo d'esitazione prima di far fuoco e chiudere i giochi.
Menzione speciale per Martin Sheen, gran professionista, e per Alec Baldwin, se non fosse altro per essere stato il marito della Basinger.

Scion

Ecco il trailer:

domenica, novembre 05, 2006

MUSICA: Chinese Democracy in uscita?


I Guns 'N Roses nascono ufficialmente a Los Angeles nel 1985, frutto della fusione tra i membri rimanenti degli Hollywood Rose e degli L.A. Guns. La formazione originale vede al microfono Bill Bailey, proveniente da Lafayette, Indiana, che assume lo pseudonimo di Axl Rose; alla chitarra solista Saul Hudson, inglese trapiantato in California che assume il nome di Slash; all'altra chitarra Jeff Isabell, amico d'infanzia di Axl che diventa Izzy Stradlin; al basso Michael 'Duff' McKegan, di Seattle; alla batteria Steven Adler, originario di Cleveland e grande amico di Slash.
Ora, alle porte del 2007 Axl torna a far parlare di sè senza i suoi ex "fratelli". Il loro album fantasma Chinese Democracy, il grande ritorno sulle scene di Axl Rose e dei Guns'n'Roses (della cui mitica formazione originale c'è rimasto solo il tastierista Dizzy Reed) è pronto. Costato 13 milioni di dollari, è atteso da 15 anni dei quali ben 9 passati in sala d'incisione. Slash in questi anni non ha mai per un solo istante pensato di tornare a far parte della storica lineup, impegnato come è in una miriade di progetti paralleli. Axl nel frattempo si è fatto crescere il pizzetto, la pancia e si è fattopure i dreadlocks. L'ennesima data di uscita annunciata dall'etichetta Geffen Records è fissata per il prossimo 21 novembre e stavolta la release è stata confermata da tutti i network televisivi piu' importanti. Ci dovremmo essere, tant'è che la nuova band ha deciso di realizzare una tournèe mondiale che partirà alla fine del 2006. Insomma, un ritorno in pompa magna che però ha poco per esser tale. Gli anni ottanta sono finiti da un pezzo e la sola nostalgia spesso non sostiene un'ugola deficitaria ed un sound che si discosta troppo dai ruggenti tempi della "giungla". Da buoni vecchi fans speriamo di doverci ricredere...
simulescion3

mercoledì, novembre 01, 2006

The Darkness: searchin' for the lightness


Come molte volte succede nel mondo della musica, il secondo album è il più difficile da far accettare a critica e pubblico.
non sai cosa vuoi creare e qualora tu lo sappia non sai se piacerà o meno...Allora ci sono due strade da seguire:
o si segue la tendenza e si fa quel che si aspetta il pubblico (c'è chi ci ha costruito una carriera, vedi Luis Veronica Ciccone) o si dichiara il proprio menefreghismo attraverso un album magari orribile, ma esattamente fedele a quel che si voleva realizzare.
Come molte volte accade nella vita , in medio veritas, e i Darkness hanno dimostrato di conoscere questo detto abbastanza bene.
Oddio, sicuramente il loro secondo album non è un capolavoro, a livello di hit è sicuramente inferiore al primo e la ricerca di una classe che ancora non risulta naturale li ha portati forse ad eccedere in particolari e virtuosismi- compreso il particolare molto memorabilia di utilizzare il pianoforte dove Freddie Mercury incise Bohemian Rhapsody.
Questo non vuol dire che non sia un buon album.
Ci sono molte cose da considerare quando si ascolta un album, ed uno degli aspetti -tecnici- che sicuramente non si trascura è la produzione. Dicesi produzione ciò che, se usato in maniera oculata, può portare all’eccelso musicare nell’olimpo dei musicandi – vedi Brian Eno per U2 - .
Questa è stata una buona produzione, il suono è pulito anche nei pezzi più heavy, e anche se si eccede con le armonie di falsetto di Justin Sniff Hawkins il totale è di un album assemblato bene.
Il primo ha suscitato tanto clamore perché:
1- Era il primo..
2- Perché accontentava i puristi del rock con il solito sferragliare pressapochista ma anche i qualunquisti melodici con 5 hit di facile ascolto tra cui I believe in a thing called love e Friday night.
3- Chi erano questi col cantante in tutina?

Affinare però non vuol dire snaturare, per usare più strumenti mantenendo intatta l’intenzione della canzone bisogna saperli suonare, non assoldare strumentisti, se non per collaborazioni conclamate; infatti i beneamati Queen a cui erroneamente vengono accostati – je piacerebbe come dicono a Roma – non rischiavano di incappare nell’errore di eccesso di .. “classe” poiché loro stessi erano la classe! Brian May suonava si la chitarra, ma suonava anche il piano, il benjo, l’ukulele -…..- e l’arpa ( ! ) solo per citarne alcuni, e gli altri membri dei Queen idem.
Ora, se il primo album aveva quel percorso, bisognava seguirne le orme e lasciare un’impronta sempre più profonda…non deviare verso l’erbetta soffice.
Almeno secondo me. Per affinarsi c’è sempre tempo.
E per riprendersi anche, lo si dica a Justin, che in clinica di disintossicazione ha stretto amicizia con il fidanzato della Moss Pete Doherty – mi rifiuto di chiamarlo musicista -, non occorre sniffare per sentirsi una rockstar!!!
Scion

martedì, ottobre 31, 2006

La notte delle streghe



AUGURI DA SIMULESCION 3!! ........

mercoledì, ottobre 25, 2006

La memoria e la ricerca dell'originalità



Attraverso il ricordo del passato cambia l’attimo presente

Il cambiamento costituisce il fondamento della dinamica sociale e sebbene influenzata da un concetto materialista di progresso, la società non è mai stata statica. Essa è frutto di trasformazioni che si susseguono continuamente. E in essa ciò che muta in eterno ribollire sono le persone che la abitano, gli esseri umani e le loro singole minuscole esistenze. Quest’identità è un modo per categorizzare e per individualizzare, l'identità si riferisce alla percezione che ogni individuo ha di se stesso, cioè della propria coscienza di esistere come persona in relazione con altri individui, con i quali forma un gruppo sociale. Porsi di fronte a tale affascinante concetto, apre la mente verso una vastità di quesiti dalle interpretazioni più variegate. L’ossessione della ricerca è spesso sinonimo di volontà, il tentativo di ricreare in sé un’immagine che non vuol lasciarci andare e di cui siamo portatori “sani”. Ciò che abbiamo vissuto sfocia in un ricordo precisamente distinto di cui noi filtriamo gli elementi di maggiore intensità emotiva. Cosa comporta questo atteggiamento? Di sicuro ci mette dinanzi le nostre esperienze, in secondo luogo ci permette di vedere con nostalgica fiducia al futuro, ponendoci la sfida della ricerca dell’originalità, a volte oltre i limiti stessi dell’immaginazione.

Eternal Sunshine of the Spotless Mind (Se mi lasci ti cancello, 2004) ne è l’esempio lampante. Il testo di Alexander Pope citato dal titolo consegna alla parola scritta il compito di racchiudere, conservare e tramandare il senso di una grande storia d'amore. La parola sembra essere l'unica chiave di salvezza in un mondo in cui i ricordi si confondono e poi scompaiono mentre sfumano le immagini stesse che li raccontano. Infatti, nel baratro di memoria e “smemorizzazione” in cui sprofonda Joel, non è possibile uscire senza affidarsi al variegato utilizzo delle parole. Si accavallano e s’intersecano pensieri su come affrontare diversamente ogni aspetto delle nostre giornate, come aumentare la ricettività del cambiamento inteso come prospettiva di scegliere, attraverso l’ingegno e la magia dell’istinto. L’urgenza di cogliere dal turbine del passato i momenti migliori diventa il passepartout per apprendere con efficacia sostanziale le novità del futuro. Essere spinti sempre e continuamente ad un tentativo di liberazione dallo standard quotidiano verso una distinzione individuale, è il motivo per cui bisogna far tesoro della memoria.

E poi superarla, andare oltre. Dare un movente a quel CAMBIAMENTO, recepito come passaggio dalla propedeuticità narrativa, all’esigenza di una sua realizzazione concreta (specie in ambito cinematografico), si stacca dal classicismo esistenziale, rimanendo comunque tra le righe e mantenendo una impronta propria: ricreare uno stile alternativo in cui si riconosce la soggettività dell’autore. Eternal Sunshine parla, ad una lettura più profonda, anche del cinema. I ricordi, sempre più sfocati, come spesso appaiono nella realtà delle menti umane, non sbiadiscono mai, ma tendono a svanire del tutto nel bianco assoluto dell’oblio mnemonico. Il film esalta i poli opposti, le due estremità di pensiero che rappresentano i protagonisti, Joel (Jim Carrey) e Clementine (Kate Winslet). Il primo attaccato al ricordo ossessivo di lei, incapace di superare l’abbandono e richiuso in se stesso, così convinto da cercare di nascondere la memoria di Clementine, nonostante questa gli provochi solamente disperazione. Lei, invece, insofferente e attanagliata dalle ansie del passato, decide di farsi cancellare dalla mente la loro relazione, per poi rimanere allibita di ciò che ha fatto. In mezzo, la continua ricerca di una singolare identità che li distingua dagli altri, che elevi quel rapporto ad un bisogno sfrenato di personale condivisione. Una struggente e originalissima love story diretta con sapiente visionarietà da Michel Gondry, in cui i personaggi (ma anche ognuno di noi, non solo gli spettatori) ritrovano un’equivalenza nel proprio raffrontarsi col passato e nello scoprire un domani in prospettiva migliore, una prospettiva che però ha bisogno di esser continuamente ricercata e mai data per scontata. Eternal Sunshine, perciò, non è solo una riflessione sulla vita di coppia. E' intessuto nel film anche un motivo più profondo nonché più kaufmaniano (dal nome dello sceneggiatore, Charlie Kauffman), ossia l'analisi dell'importanza della memoria che sfata lo slogan stesso del film: beati gli smemorati perché avranno la meglio anche sui propri errori. Il tempo scorre e spinge alla ricerca di una soddisfacente peculiarità, al fine di trovare un’identificazione individuale nella rievocazione di un istante. Da qui, il ricorso ad un’imposizione costrittiva della nostra memoria, in quanto partecipante attiva e conseguentemente eterna delle nostre azioni. Nel bene o nel male. Possiamo vivere alla giornata, voltare pagina senza rimpianti quando vogliamo imprimere nuovo slancio alla parabola della nostra esistenza, possiamo pensare al futuro, ma non potremo mai rinnegare il passato. L’originalità sta proprio nel non dimenticarlo.

Senza memoria non sceglieremmo il futuro.

SimOne

sabato, ottobre 21, 2006

Festa del cinema di Roma: vince "Playing the victim"


ROMA - Nella migliore tradizione italiana - sperimentata, e più volte, alla Mostra di Venezia - a vincere la prima edizione della Festa capitolina è un film che pochi giornalisti, e critici, hanno visto e commentato: si chiama "Playing the victim", lo ha diretto il russo Kirill Serebrennikov, è una una black comedy sospesa tra vita e morte. Una sorta di adattamento di Amleto in chiave tutta contemporanea, almeno nelle intenzioni dell'autore. Un risultato che mostra come una giuria popolare - composta da cinquanta membri, e guidata da Ettore Scola - possa prendere decisioni non scontate, e decisamente cinefile. Per nulla sbilanciate, per una sorta di campanilismo involontario, a favore delle pellicole italiane. Quelle che, diciamo così, giocano in casa. Questo però non vuol dire che il cinema italiano resti a bocca asciutta. Visto che, dei quattro premi ufficiali - miglior film, interpretazione maschile, interpretazione femminile, riconoscimento speciale della giuria - il nostro Paese ne conquista uno: merito di un veterano come Giorgio Colangeli, che per il suo ruolo di padre detenuto, e assassino, in "L'aria salata" di Alessandro Angelini (con Giorgio Pasotti coprotagonista) viene eletto miglior attore. Mentre la migliore attrice è la brava Ariane Ascaride, che in "Le voyage en Erménie", diretta da un autore tipicamente festivaliero come Robert Guédiguian, è una figlia alla ricerca del padre gravemente malato, nella sua terra d'origine. Completa l'albo d'oro il premio speciale della giuria assegnato a quello che è stata forse l'opera più amata, da pubblico e critici: "This is England" di Shane Meadows, storia di un ragazzino che si unisce a un gruppo di skinhead nell'Inghilterra anni Ottanta. Un film troppo amato, per poter essere ignorato dalla giuria. Questi i riconoscimenti ufficiali, le statuette "Marc'Aurelio" create appositamente per l'occasione da Bulgari. Ma ci sono anche tre premi colleterali interessanti, che meritano senz'altro una citazione. A partire dal Blockbuster, sponsorizzato dalla nota catena di vendita homevideo, e assegnato da un'altra giuria popolare (venti grandi consumatori di dvd) presieduta dal regista Giovanni Veronesi. Lo scopo era segnalare la miglior pellicola della sezione più patinata e ricca di star della Festa, ovvero Premiére: a vincere è Giuseppe Tornatore, col suo "La Sconosciuta". Un altro buon risultato, per il cinema italiano. E sempre di opere made in Italy si parla nel secondo dei premi collaterali, consegnato dal L. a. r. a. (la Libera associazione dei rappresentanti degli artisti), scelto tra tutti i film di casa nostra, sparsi nelle varie sezioni della manifestazione. Ebbene, alla fine a vincere è Ninetto Davoli, degente in ospedale accanto a Fabio Volo in "Uno su due" di Eugenio Cappuccio (inserito nel cartellone Premiére). Infine, il premio Cult al miglior documentario va a "Deep water" di Louise Osmond e Jerry Rothwell. Tutti questi riconoscimenti sono stati assegnati nel corso di una cerimonia che si è svolta questa mattina nella Sala Santa Cecilia dell'Auditorium, preceduta dal concerto di chiusura della Festa diretto da Antonio Pappano. Una mattinata cominciata con una dura contestazione dei fotografi, che accusano l'organizazzione di non essere messi in condizione di lavorare. Il momento più toccante, invece, è quando alla vedova di Gillo Pontecorvo, Picci, viene consegnato un premio alla memoria del marito: in sala, tra pubblico e critici, emozione e applausi.

lunedì, ottobre 16, 2006

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Ragazzi il qui presente Scion cerca una nuova band per progetti seri e - perchè no?- ambiziosi, con cover rock & roll e melodico e anche canzoni proprie (io ne ho già scritte un pò..). Ho studiato canto con un maestro e come timbro e registro sono tenore, fate un pò voi.
Per chi fosse seriamente interessato lasciare un post qui sul sito e magari un num di cell, che lo ricontatterò a breve.
Grazie,


Scion

PS. Naturalmente la band deve essere di Roma, in quanto vivo, dimoro e lavoro qui!

sabato, ottobre 14, 2006

MUSICA: The Boss con la Seeger Sessions Band



Dopo tre mesi di pausa la Seeger Session Band è nuovamente in viaggio. Con le date di Bologna e Torino è partito il tour italiano che ha toccato sette città in dieci giorni. Ad un anno e mezzo di distanza Bruce Springsteen torna a Roma, la tappa italica del Boss si inserisce in una tendenza ormai consolidata sul piano internazionale, che vede in Springsteen non solo il più eloquente rocker del nostro tempo, ma anche un narratore di storie profonde e un testimone critico, una voce indipendente dell'America migliore. Il rocker ha parlato, al termine del sound check pomeridiano. Lo fa spiegando «American Land», l'inedito inserito nella nuova versione di "We shall overcome" album-progetto dedicato alla riscoperta dell'opera dell'eroe del folk Pete Seeger. «È una canzone sugli immigrati, un argomento — dice lui, pieno di collane e braccialetti di corda e in immancabili jeans — sempre presente nella storia statunitense. Mi ricordo che quando ero ragazzo c'erano molti operai e raccoglitori di patate afroamericani, ma anche italiani. Oggi abbiamo meticci e messicani. Ma è sempre la stessa storia: una lotta per affermarsi e trovare spazi. "American Land" parla anche di irlandesi. E per me, metà italiano e metà irlandese, funziona benissimo».
(intervista de Il Corriere della Sera, da www.badlands.it)

simulescion3

mercoledì, ottobre 11, 2006

CINEMA: The Black Dahlia

L’intensità della messa in scena ammalia lo sguardo. Col suo ultimo lavoro Brian De Palma si conferma un maestro nel portare sul grande schermo il noir d’autore, e che autore. Addirittura James Ellroy, dal cui romanzo è stata trasportata abbastanza fedelmente la storia della Dalia Nera, The Black Dahlia, vecchio caso tutt’ora irrisolto che ha ossessionato lo scrittore per oltre quarant’anni. Ellroy vedeva analogie nel caso dell’attricetta brutalmente uccisa nella Los Angeles degli anni quaranta, con quello di sua madre, anch’essa assassinata. Proprio qui entra in scena l’impianto filmico, De Palma ci trascina in un mondo di perdizione e ormai antichi valori, quella Hollywoodland, così cambiata nei decenni, ma rimasta la stessa nel profondo dell’anima.
Le atmosfere torbide che accompagnano la voce off del detective Bleichert, raccontano in immagini una città nella quale si consumano crimini efferati e violenze d’ogni sorta, richiamo alla nascita di una metropoli degna di Howard Hawks che si sente al centro del mondo e attorno a cui tutto ruota in modo disincantato. The Black Dahlia è un intreccio esaustivo e ben costruito, un noir a cui però manca la sua vena più dark nel esprimere un intrigo che paradossalmente affascina meno della retorica stessa che vorrebbe narrare. La storia si perde nel momento in cui non riesce a dare sostanza al ritmo del racconto, creando quel senso di mancanza, grave per un plot di questo livello. A sostegno di tale tesi sono le interpretazioni degli attori (tra i quali si salva la sempre brava e qui affascinante Hilary Swank), piuttosto superficiali per l’intera pellicola o addirittura sopra le righe. Se calcoliamo che alla resa, di fronte ad un plot letterario colmo di percorsi secondari, depistaggi, ambiguità traducibili solo grazie al potere immaginifico della parola scritta, era già stato costretto David Fincher, ci facciamo un’idea di come ci si possa perdere tra le pagine del romanzo. Nonostante questo, il De Palma regista si fa ammirare in tutta la sua maestria, con piani sequenza e scene d’antologia, adducendo al film il suo tocco sublime da navigato mestierante e fuoriclasse della macchina da presa, che però gira a vuoto all’interno di un copione davvero di difficile interpretazione. Se De Palma ricalca esaustivamente il patinato universo hollywoodiano, diviso equamente tra starlette, investigatori e giornalisti, minore è il suo apporto nello sbrogliare i nodi del racconto, a partire dalla vicenda di Mr. Fuoco (Aaron Eckhart) e Mr. Ghiaccio (il protagonista, Josh Hartnett), due agenti di polizia ed ex-pugili uniti da una forte amicizia e dall’amore per l’attraente Kay Lake (Scarlett Johansson). I detective, che vivono e respirano nel sottobosco della L.A. anni ’40, rimangono ossessionati dal ritrovamento del cadavere della Dalia Nera, aspirante attricetta e prostituta occasionale, orrendamente mutilato e abbandonato in un campo. Le cose si complicano quando Bucky, nel corso delle indagini, si imbatte nella misteriosa Madeleine Linscott, ambigua dark lady curiosamente somigliante alla Dalia, con la quale intreccerà una torbida relazione che avrà ripercussioni sull’intera vicenda. La ricostruzione puntuale della Hollywoodland scintillante e grondante di promesse disattese, opera del nostro premio Oscar Dante Ferretti, e le cupe ambientazioni che dominano la maggior parte delle scene, rappresentano le componenti più suggestive di un film complesso da definire che non soddisfa sino in fondo, nonostante il tentativo del regista di citare il suo cinema più grande, accompagnando visivamente quel dramma di vite spezzate dagli interessi dell’egoismo umano. Mescolando tutti gli ingredienti in un maestoso calderone di sequenze e dialoghi impegnati, The Black Dahlia alla fine appare come un’opera estremamente ben confezionata a cui però manca il lato più suggestivo, una sorta di linearità che si perde nella confusione dei moventi gettati in pasto allo spettatore. Come se all’insieme del film mancasse una parte della pellicola, come se avessimo uno spezzone incompleto dai cui fotogrammi ci apparisse nuovamente il volto seducente di Elizabeth Short, per trasmetterci il suo senso di inquietudine. Una sensazione così struggente, beffarda e infinitamente degna della Dalia Nera.
SimOne