giovedì, settembre 28, 2006

Qualcosa è cambiato?! - parte 2°


(eccomi durante l'intervista al premiato regista di Un Amore, Gianluca Maria Tavarelli)


Un gruppo eterogeneo di aspiranti critici cinematografici, diversi per età, cultura, gusti ed esperienze si è messo con impegno per organizzare in questo mese di settembre una rassegna cinematografica che riflette sul cinema del cambiamento.
“Qualcosa è cambiato?!” è il titolo di questo minifestival organizzato dai Critici Selvaggi in programma dal 21 al 1 di ottobre presso il Circolo degli Artisti (via Casilina Vecchia, 42 tel. 06.70305684), inaugurato la scorsa settimana dagli interventi del regista (presente anche all’ultima Mostra di Venezia) Gianluca Maria Tavarelli e dai fondatori della scuola di Cinema Sentieri Selvaggi di Roma, prima della proiezione di Un Amore dello stesso Tavarelli e del corto di Chris Marker, La Jetee.
Perchè “Qualcosa è cambiato”? Perchè qualcosa prima o poi cambia sempre e comunque; perché tutto attorno a noi - e in noi - è un work in progress continuo. Perché da tutti i vari punti di vista possibili e immaginabili (e potrebbero essere infiniti, provateci) il cambiamento è un'urgenza che tocca da vicino ognuno di noi, chi più chi meno, indipendentemente da età, esperienza di vita, pensiero politico, situazione socio-economica, livello culturale e così via...
Il cambiamento e lo scorrere inarrestabile del tempo unito alla continua ed estenuante ricerca (intesa a 360°) è un'urgenza comune e sentita da molti. Con le sue mille e più sfaccettature e sfumature, il cambiamento ci attraversa - e ci cambia appunto. A volte neanche ce ne accorgiamo, a volte invece ne siamo travolti nostro malgrado; altre ancora lo aspettiamo con ansia ma non arriva; altre, infine, si rivela essere solo un'illusione momentanea. E poi può accadere che un gruppo di sconosciuti, divisi da mille barriere (età, pensiero politico, cultura, gusti ed esperienze), si incontrino - o scontrino, dipende sempre dai punti di vista - per caso o per fatato destino, senza essersi scelti o cercati ma essendosi semplicemente trovati. Indifferenti e sospettosi l'uno verso l'altro , poi col tempo - a dimostrazione che è proprio il tempo a muovere i fili di ogni mutamento - l'avvicinamento.
Il programma che proseguirà nelle serate del 29 e 30 Settembre per terminare con la serata di Domenica 1 Ottobre, riserva comunque piacevoli sorprese con una non comune scelta di opere non facilmente reperibili su grande schermo, insomma un’opportunità per chi vuole riscoprire o vedere per la prima volta film che da tempo non si trovano più al cinema o non vi sono mai passati.

SimOne

sabato, settembre 23, 2006

BASKET: In principio fu il jump shot


Il povero ragazzo non sapeva più che pesci prendere.
Nonostante avesse una visione di gioco fuori dal comune e la capacità di eseguire splendidi passaggi, quel maledetto difetto non riusciva ad eliminarlo, e c'è da dire che si allenava per farlo.
Anche quando entrò nella lega alcuni continuavano a chiamarlo Ason, invece che Jason, e fu soltanto anni dopo che uno dei più grandi playmaker nella storia dell' NBA riuscì a riappropriarsi della J... la J di Jump Shot, il tiro in sospensione.
Jason Kidd è soltanto il caso più eclatante di come la mancanza di un fondamentale possa perseguitarti nonostante magari tu sappia fare tutto il resto (punti rimbalzi assist difesa), così come Kidd sa fare ( l'aneddoto è ripreso dalla canuscenza cestistica di Federico Buffa, guru del basket). Il tiro in sospensione signori, è la sintesi suprema di come una persona sia predisposta al basket; vale a dire la sua inclinazione, il suo modo di viverlo e il suo modo di concepirlo.
Se sono perfetto stilisticamente e dalla dinamica infallibile (Ray Allen) vuol dire che la buona esecuzione per me vuol dire successo, e mi adopero per questo; se invece mi invento un mio modo di eseguire perchè convinto che segnerò a raffica (Reggie Miller), quasi me ne frego dello stile..a me interessa solo segnare.
Se infine riesco ad unire la meccanica omicida con lo stile sontuoso allora mi chiamo Michael Jordan o Kobe Bryant.
That 's it ladies and gentlemen, niente di più e niente di meno... il tiro in sospensione una volta era come il rimbalzo: dominava la partita. Ecco perchè chi ormai è dotato del classico middle range, quindi dai 4 e 5 metri, può permettersi in talune partite ( se è la sua arma più forte..tipo Rip Hamilton ), o in tutte le partite ( Kobe Bryant ) di salire in cattedra e dare la buonanotte a tutti, qualora si parli di ripetute prove di efficacia, non di sporadiche esibizioni balistiche.
In alcune partite può capitare di vedere anche i più collaudati sistemi di gioco vacillare difronte ad una difesa aggressiva, e mentre osserviamo rapiti il dramma di giocatori impantanati in una zonaccia 3-2 con magari un lungo atipico in punta a rompere i maroni ai tiratori, eccolo li a volte, spuntare come per magia l'uomo che rispetto agli altri non parla solo la lingua del tiro da tre o del tiro nel traffico, ma sa dire anche " jump shot "!! Inutile dire che l'allenatore sbava letteralmente nel vedere il Nostro che infila un jump shot dopo un altro, e proprio non c'è nessun aggiustamento difensivo che tenga, che lo si lasci tirare o ci si infili nei suoi pantaloncini con una box and one, quando hai la terza dimensione del middle range sei praticamente imbattibile...e se hai dalla tua anche il dono del "on fire", cioè il giocatore da striscia, ecco là che l'allenatore stappa lo spumante in panchina, scambiando un tuo compagno seduto a giocare a briscola per una playmate di Hugh Heffner. Avevo un allenatore una volta che amava ripetere " ragazzi il basket è semplice, siete voi che lo complicate ", il modo in cui lo diceva non era esattamente questo..c'era qualche "porca troia " di mezzo, ma il succo resta: il basket è semplice.
Ed è più semplice imparare a tirare dai 4 metri che dai 6,25 o dai 7,15...questo poco ma sicuro!
Così se avrete mai una J nel vostro nome state sicuri che la pronunceranno sempre.

Scion

mercoledì, settembre 20, 2006

CINEMA: La Hollywood del mito

TRA STORIA E ATTUALITA’...

Finché non gli arrivi di fronte, non ti rendi bene conto della sua importanza. La scritta giganteggia sulla collina, affacciandosi maestosa sulla città degli angeli. Hollywood rappresenta molto più di quello che rivela a prima vista: da decenni ormai cela con la sua insegna protettiva, ogni traversia affrontata dalla fabbrica dei sogni. I film, infatti, sono ciò che ha permesso a Los Angeles di venire alla luce. Interi capannoni costruiti nel deserto della California, divenuti, per il loro appeal economico, prima industrie, poi quei grandi studios destinati a cambiare il volto della realtà su pellicola. Così quando ad est della città rimani ad ammirare ciascuna delle nove enormi lettere, viene naturale riflettere sul cinema come pura forma d’arte, la settima.
Tale definizione non potrebbe esser più appropriata se pensiamo a come appare Los Angeles oggi. Una metropoli priva di alcun fascino urbano ed architettonico, che emana una ricchezza che non gli appartiene più, il riflesso aureo della stagione dei grandi divi. Dal monte Olimpo, osservandola bene si capisce che lo spropositato benessere deriva essenzialmente dal turismo, attirato da entusiasmi da fiction e dalle magnifiche spiagge oceaniche, ossia tutto ciò che L.A. può offrire. Il glamour, il kitsch e il barocco fanno parte di una superficie patinata, che tenta di nascondere il poco che vi rimane sotto. Perché un poco c’è, a partire dai lunghi e famosi vialoni (il Sunset e il Santa Monica boulevard), agli effervescenti quartieri da soap (Bel Air, Beverly Hills), per arrivare al prestigioso college universitario (Ucla). Ma poi? Il discorso, dunque, torna sempre all’origine ed è qui che troviamo il merito: dal niente si è arrivati a questo, dal deserto si è costruita per necessità l’immagine esatto contrario di ciò da cui essa dipende, il cinema appunto. Dove esiste veramente quella magia che ciascuno si aspetta, che è la possibilità di incontrare un attore mentre fai shopping od assistere alla celebrazione del settantenario del più amato personaggio Disney, mentre cammini lungo la Walk of Fame. E per chi come me è un amante del grande schermo, va da se che il cuore pulsante del cinema si trova proprio qui, a partire dall’incrocio tra LaBrea e l’Hollywood boulevard.
Per rendere accessibili ai terrestri gli immensi set che circondano Los Angeles, gli studios da qualche anno promuovono visite guidate al loro interno, cercando così di placare l’avida sete dei curiosi turisti. Nonostante i prezzi siano appropriatamente alle stelle, il flusso di pellegrinaggio è continuo. Visitare la Warner Brothers, la Paramount o la Columbia, però, non è come andare al parco giochi, come peraltro propone la Universal. Infatti il giro, della durata di un paio d’ore, può risultare monotono e talvolta noioso, specie se le guide all’interno del parco, si esaltano per un nonnulla (vedi “cicca di sigaretta per terra fumata da Humphrey Bogart”) o con tutta la naturalezza del mondo ti dicono, indicando un complesso di edifici, che la Gotham City di Batman è la stessa Chicago del telefilm E.R. Ma questo fa parte della messinscena di celluloide, perché come capita sempre più spesso anche da noi, i serial tv ormai stanno prendendo il sopravvento sulla produzione filmica. L’altro aspetto, che però ai più sfugge, è la costosa impresa che equivale a girare un film, di cui i set non sono altro che le ceneri primordiali, i cantieri dove l’arte prende vita. A questo punto della riflessione, qualcuno potrà sentirsi scoraggiato, decidere che poi il cinema in Italia non è poi così messo male, sentir vacillare le proprie convinzioni in materia.
Già, qualcuno, ma non la maggior parte delle persone, perché ci sono ancora molti che, nonostante sappiano quali siano le regole del gioco, hanno (giustamente) voglia di lasciarsi trasportare dalla fantasia, sentirsi liberi e felici dietro lo schermo.
E’ proprio per questo non si interromperà mai il flusso dei visitatori laggiù nel deserto e per questo motivo non si esauriranno mai le file davanti ai botteghini. Perciò se chiedessimo a una persona qualunque quale sia il suo tempio cinematografico, non dovremmo stupirci se la risposta fosse la solita, se senza pensarci ci dicesse Hollywood: è solo lì che la realtà incontra l’immaginazione.

SimOne

sabato, settembre 16, 2006

Ragione causa dell'evoluzionismo

....digressioni...

“Io ho bisogno di credere che qualcosa di
straordinario sia possibile...!”
(A beautiful mind, 2001)


Origine dell'universo: evento postulato dalla teoria cosmologica standard a cui si fa risalire la comparsa della materia e dell’energia esistente. Tale energia è evoluzione, continuo ed indissolubile cambiamento. Porre a terra i limiti dell’immaginazione significa esplorare le teorie della secolare conoscenza umana.

Kant elaborò tale chiave di volta nella sua Critica della ragion pura (1781). In quest’opera egli esaminò i fondamenti e i limiti della conoscenza umana per delineare un approccio epistemologico capace di legittimare razionalmente le conquiste della scienza moderna. In modo simile ad alcuni filosofi precedenti, Kant differenziò le modalità del pensiero in giudizi analitici e giudizi sintetici. In essa Kant afferma che è possibile formulare giudizi sintetici a priori (Ogni cambiamento ha una causa), ossia giudizi fecondi dal punto di vista conoscitivo, ma nel contempo universali e necessari. Questa posizione filosofica è comunemente nota con il nome di “criticismo trascendentale”. Descrivendo il modo in cui questo tipo di giudizio è possibile, Kant distinse tra i "fenomeni"(dal greco phainómenon, ciò che appare), vale a dire gli oggetti per noi, in quanto sono conosciuti dall'uomo e si collocano nel mondo dell'esperienza sensibile, e le cose in sé, cioè gli oggetti considerati a prescindere dalle modalità in cui appaiono e sono visti dal soggetto conoscente.

L’approccio a queste considerazioni non può che rivelarsi logico e necessario in rapporto al pensiero che nella ragione dei lumi, il raziocinio dell’essere pensante (il simbionte cognitivo) assume i contorni di un velo da superare e ammettere.

simulescion3

giovedì, settembre 14, 2006

MUSICA: Gli Aerosmith di nuovo on stage


Quando Joey Kramer, il batterista appena aggiunto al gruppo propose di diventare un “mito dell’eros” furono in pochi quelli a dargli retta. Era il 1970 a Boston, l’anno in cui, dalle ceneri della Jam Band e dei Chain Reaction, nacquero gli AEROSMITH. Steven Tyler, Joe Perry e soci vantano una carriera lunghissima e soprattutto l'ingresso nella Rock and Roll Hall of Fame. Prima del loro esordio nel 1973 con l’album omonimo hanno consolidato il gruppo suonando nei locali e dormendo tutti nella stessa stanza di un hotel. Hanno raggiunto lo status di greatest rock band con brani che uniscono Rhythm and Blues con Hard Rock d’autore. Dopo la malattia di Steven Tyler, stavolta ad avere a che fare con la cattiva sorte è Tom Hamilton, il bassista della formazione, a cui hanno diagnosticato un tumore alla gola. Hamilton ha già completato il primo ciclo di cure e starebbe relativamente bene ma il suo posto nella line-up, per la parte iniziale del tour congiunto con i Motley Crue, sarà preso da David Hull, amico di Joe Perry. Il tour del nordamerica (come sempre, quando mai in Europa?? Tanto i giapponesi di rock non capiscono nulla…) “Route of all evil” degli Aerosmith inizierà dal New Jersey il 14 settembre. Contemporaneamente, e in attesa del nuovo album, gli Aerosmith pubblicheranno un nuovo best of il prossimo 16 ottobre, che conterrà due brani inediti, intitolati “Devil's Got A New Disguise” (il titolo dello stesso best) e “Sedona Sunrise”, versione rimasterizzata di una demo registrata ai tempi di Pump (1989).

«Il nostro segreto? Fottercene di tutto e di tutti...! Delle mode, dei trend, e delle band messe insieme da manager e case discografiche. Ma chi se ne frega! Tanto quando loro saranno alla frutta, noi saremo ancora in giro per il mondo a riempire gli stadi!»
Sappiamo bene quant'è vero. AlwaysAerosmith

SimOne

domenica, settembre 10, 2006

Venezia .63

Leone d'Oro al cinese Jia Zhang-Ke con il suo "Still Life"

Al termine della 63esima edizione della Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia, ecco l'elenco completo dei premi assegnati:

LEONE D'ORO Jia Zhang-ke per Still Life
LEONE D'ARGENTO PER LA MIGLIOR REGIA Alain Resnais per Private Fears in Public Places
LEONE D'ARGENTO SPECIALE COME RIVELAZIONE DEL FESTIVAL Emanuele Crialese per Nuovomondo
PREMIO SPECIALE DELLA GIURIA Mahamat-Saleh Haroun per Dry Season
COPPA VOLPI PER LA MIGLIORE INTERPRETAZIONE MASCHILE Ben Affleck per Hollywoodland
COPPA VOLPI PER LA MIGLIORE INTERPRETAZIONE FEMMINILE Helen Mirren per The Queen
PREMIO MARCELLO MASTROIANNI A UN GIOVANE ATTORE O ATTRICE EMERGENTE Isild Le Besco per The Untouchable
OSELLA PER LA MIGLIORE SCENEGGIATURA Peter Morgan per The Queen
OSELLA PER IL MIGLIOR CONTRIBUTO TECNICO Emmanuel Lubezki per I figli degli uomini("Per la miglior fotografia")
PREMIO LUIGI DE LAURENTIIS PER UN’OPERA PRIMA Jessica Woodworth e Peter Brosens per Khadak
PREMIO ORIZZONTI Liu Jie per Mabei shang de fating
PREMIO ORIZZONTI DOC Spike Lee per When the Leeves Broke. A Requiem in Four Acts
LEONE D'ORO ALLA CARRIERA David Lynch

simulescion3

venerdì, settembre 08, 2006

CINEMA: Slevin - Patto criminale


Non sempre puntare sul cavallo vincente porta bene. Specialmente se il cavallo in questione si chiama Slevin, come il Josh Hartnett protagonista del film diretto dal sottovalutato regista scozzese Paul McGuigan. E il prologo di Lucky number Slevin affina con denso rigore questa regola non scritta. Patto Criminale, il sottotitolo italiano, è un perfetto meccanismo ad incastri, dove il noir riscopre il pulp e fondendosi assieme generano un gangster movie riveduto e corretto alla maniera moderna. Lontano dai soliti appellativi tarantiniani, etichette appiccicate ad un genere che partendo dal capostipite (Quentin) ha dimostrato di nutrire una notevole schiera di autori, l’opera di McGuigan appare lo specchio di un genere narrativo che fa della vendetta la sua portata principale.
L’uomo sbagliato al momento sbagliato è solo un pretesto per introdurre lo spettatore in un vortice di equivoci e situazioni al limite del farsesco che seducono e ammaliano, attraverso il forte charme emanato dai grandi interpreti della pellicola. Quelli sì, ognuno al proprio posto, dal sicario Willis, al boss Freeman, dal rabbino Kingsley alla coroner Liu, fino allo sventurato protagonista, un apprezzabile Hartnett. Il film ha due anime, il cuore e il cervello, separate nettamente come lo scorrer del racconto, che prima distoglie l’attenzione e poi affonda la sua lama noir nella morbosa curiosità di chi osserva stupito la mossa "Kansas City": ti volti da una parte, mentre ti fregano dall’altra. Ovviamente tutto ruota attorno ad un plot estremamente coinvolgente e quantomeno grottesco, che partendo da un campo lunghissimo di un comune aeroporto a stelle e strisce prosegue con lo scambio d’identità di un ragazzo, Slevin appunto, che vedrà la sua vita deragliare verso circostanze composte da momenti drammatici ed altri prettamente ironici e tipici del pulp d’autore.
Il giovane talento Jason Smilovic, autore di alcune apprezzate serie tv made in USA, firma la sceneggiatura di questo thriller originale e dal colpo di scena in agguato, il quale punta molto sul magnetismo dei dialoghi serrati. Flashback ed eventi in tempo reale si contrappongono con sorprendente efficacia, ogni piccolo dettaglio filmato è un elemento chiave servito allo spettatore col gusto del poliziesco anni cinquanta a cui si ispira dichiaratamente: quell’Intrigo internazionale girato da Hitchcock nel 1959. Arrivato a New York, Slevin, si trova apparentemente in mezzo ad una guerra fra bande rivali, “gli abbronzati” e “i circoncisi” (come afferma uno dei loschi personaggi invischiati), e non può far altro che cercare una via d’uscita a questa situazione. Patto criminale avvince sin dall’inizio e non delude mai, un film che uscito in sordina, si è poi rivelato una delle opere più solide del panorama noir e a cui McGuigan, autore anche del magnifico Gangster #1, ha saputo restituire brillantezza e dotare di una pregevole manifattura, specie nel convulso e sanguinoso finale.
Slevin prende spunto dalla nuova moda della vendette all’orientale, che negli ultimi tempi ha dilagato grazie a talenti come Park Chan-Wook, conservando però la spettacolarità del cinema americano più raffinato, dunque privo delle sparatorie e delle altre frivolezze tanto care al genere gangster. Attenzione ai particolari e precisione nella narrazione sono il cavallo di battaglia dell’intera vicenda, un cavallo su cui stavolta è facile puntare una volta usciti dalla sala.

“Non sono Nick Fisher…sono solo uno capitato nel posto sbagliato al momento sbagliatissimo”.

SimOne

martedì, settembre 05, 2006

Qualcosa è cambiato?!


Rassegna Cinematografica (Imperdibile!!...data l'organizzazione del sottoscritto Sim1)

21 settembre - 01 ottobre 2006
-- CIRCOLO DEGLI ARTISTI -- ---
[via Casilina Vecchia, 42 - Roma]


PROGRAMMA:

GIOVEDI’ 21/9

Ore 20.30: inaugurazione della rassegna con introduzione di Federico Chiacchieri (Direttore Sentieri Selvaggi) e intervento del regista Gianluca Maria Tavarelli - gli interventi saranno preceduti da un breve estratto da Un mercoledì da leoni di J. Milius (1978)
Ore 21.00: Un Amore di G. M. Tavarelli (1998) 100’
Ore 23.00: per la sezione CORTI La Jetée di C. Marker (1961) 28’


VENERDI 22/09

Ore 20.30: Velvet Goldmine di T. Haynes (1998) 124’
Ore 23.00: Fucking Amal di L. Moodysson (1998) 89’


SABATO 23/09

Ore 20.30: L’insolito caso di Monsieur Hire di P. Leconte (1989) 80’
Ore 23.00: per la sezione CORTI 11’09’’01(Segmento “USA”) di S. Penn (2002) 11’ - tratto da 11’09’’01 di AA. VV.
Ore 23.15: La doppia vita di Veronica di K. Kieslowsky (1991) 98’


VENERDI 29/09

Ore 20.30: introduzione di Demetrio Salvi (Co-Fondatore Sentieri Selvaggi) e intervento del regista Matteo Garrone e dello sceneggiatore Massimo Gaudioso
Ore 21.00: Primo amore di M. Garrone (2003) 100’
Ore 23.00: per la sezione CORTI Vincent (1982) 5’ - proiettato in lingua originale - e Frankenweenie (1984) 25’ di T. Burton - FILM D’ANIMAZIONE; È il grande cocomero, Charlie Brown! di B. Melendez (1966) 25’ - FILM D’ANIMAZIONE


SABATO 30/09

Ore 20.30: Il mago di Oz di V. Fleming (1939) 101’ - versione restaurata e proiettata in lingua originale con sottotitoli in italiano - il film sarà preceduto da un estratto da Cuore Selvaggio di D. Lynch (1989)
Ore 22.30: Arizona Dream di E. Kusturica (1993) 119’


DOMENICA 01/10

Ore 20.30: La cosa di J. Carpenter (1982) 109’
Ore 22.30: Il pianeta selvaggio di R. Laloux (1973) 72’ - FILM D’ANIMAZIONE - il film sarà preceduto da una sequenza animata tratta da Kill Bill Vol. I di Q. Tarantino (2003)

INGRESSO GRATUITO A SOTTOSCRIZIONE...
Per maggiori info http://www.cinemorfosi.splinder.com/

simulescion3

domenica, settembre 03, 2006

MUSICA: John Lennon dentro e oltre i Beatles

I'll get you anything my friend, if it makes you feel alright,
'cause I don't care too much for money, money can't buy me love.
(Can't buy me love, 1964)

I Beatles rappresentano con tutta probabilità uno tra i fenomeni musicali e socio-mediatici più evidenti del secolo scorso. Dal punto di vista musicale lo dimostra senz’altro la cifra di dischi venduta dal quartetto, circa un miliardo…!!, il numero di singoli entrati al primo posto in classifica, lo straordinario impatto delle loro melodie sulle influenze dei musicisti degli anni a venire, ma non solo…
Chiunque, infatti, seppure digiuno di musica, è in grado di ricordare almeno una decina di canzoni dei Beatles, e a trentasei anni dallo scioglimento del gruppo, una loro antologia vende ancora milioni di copie. Hanno rappresentato anche un fenomeno di massa mai più registrato. La Beatlemania, appunto, nasce in considerazione di quel delirio di folla urlante che accompagnava le loro esibizioni, che li attendeva all’aeroporto in occasione delle date mondiali, che faceva ore di fila davanti al negozio in attesa di comprare il loro nuovo disco .., cose che adesso non sono neppure lontanamente immaginabili anche per la più grande rock band del momento. Ogni loro affermazione appena fuori dalle righe riempiva pagine di giornali, un certo taglio di capelli o un determinato tipo di scarpe venivano definiti “alla Beatles”. Insomma, se si pensa ai “mitici” anni 60, sicuramente i Fab Four sono tra le prime cose che vengono in mente. Senza contare che ancora oggi una loro registrazione perduta e miracolosamente recuperata, oppure qualche pagina del diario che qualcuno di loro annotava saltata fuori per caso scatena l’attenzione dei giornali, e, come ovvia conseguenza, dei lettori. Se dal punto di vista musicale, pur essendo stato fondamentale George Harrison e per certi versi necessario Ringo Starr, si può affermare che l’anima del gruppo siano stati congiuntamente Lennon e McCartney, sotto altri aspetti la figura di John Lennon è stata cruciale.
Lennon caratterizzava l’immagine del gruppo anche per tutto ciò che andava al di là dell’ambito meramente musicale. Dotato di una personalità enigmatica, accentuata da un’infanzia non particolarmente serena, e al tempo stesso di una notevole sensibilità, riusciva ad essere unico in ogni sua manifestazione.
Buffo e spesso sarcastico ai limiti dell’irriverenza, basti pensare a molte delle interviste rilasciate anche all’indomani del titolo onorifico che il gruppo ricevette dalla Regina d’Inghilterra (titolo a cui, tra l’altro, Lennon rinunciò qualche anno dopo), era anche autore dei testi più interessanti della loro discografia.
Le sue dichiarazioni spesso lasciavano interdetti i giornalisti, ma a volte i suoi stessi fan. Memorabile la reazione del pubblico ad una delle sue frasi più celebri, quella che affermava che i Beatles erano più famosi di Gesù Cristo. Il Ku Klux Klan minacciò di morte i quattro musicisti, che raccontarono in seguito di avere avuto timore ogni volta che salivano su un palco per esibirsi (per loro stessa ammissione uno tra i tanti motivi per cui smisero di li a poco di fare concerti).Fu effettuata una campagna di boicottaggio della loro musica da parte di alcuni fondamentalisti cristiani e alcuni gruppi di fan bruciarono i loro dischi in strada.La sua spiccata personalità artistica era riscontrabile anche nei mutamenti di indirizzo che la band subì nel corso degli anni, e di cui era più manifesto esponente di quanto non lo fosse il suo alter ego compositivo, Paul. Non è infatti un caso che molti degli esperimenti musicali che poi portarono i Beatles ad una nuova dimensione stilistica, quella della maturità, siano stati dovuti inizialmente a lui. Ma la sua ecletticità nascondeva anche dei lati oscuri. Racconta Paul McCartney che quando, verso la metà degli anni sessanta, si cominciò a parlare degli effetti dell’LSD sulle percezioni sensoriali, Lennon fu il più eccitato dei quattro all’idea di provarli. La stessa decisione di smettere di fare concerti già nel ’66 è da attribuirsi principalmente alle insistenze di Lennon, anche se fortemente appoggiato da Gorge Harrison. E poi, naturalmente, la parola fine sui Beatles. Yoko Ono infatti, seconda moglie di Lennon, è tra le ragioni principali della rottura del gruppo. Ricordano i restanti membri che John non potesse fare a meno della presenza di Yoko, motivo per il quale la stessa partecipava alle prove del gruppo all’interno della sala prove, cosa che non era mai stata permessa a nessuno, e che creava, come gli stessi raccontano, forte attrito tra loro. Almeno un anno prima che McCartney annunciasse lo scioglimento del gruppo, Lennon era entrato in un’ulteriore nuova dimensione, quella che lo portò a rappresentare il simbolo del pacifismo negli anni bui della guerra in Vietnam, e che contribuì, insieme con la tragica e prematura scomparsa, a farne, più di Paul, George e Ringo, un mito oltre il mito.

Saverio (simulescion3)

venerdì, settembre 01, 2006

BASKET: Fine di una credenza


Usa Grecia 95-101
Stati Uniti: la patria del basket.
Fino a dieci anni fa bastava questa definizione per far venire la pelle d'oca agli appassionati seguita da un inspiegabile timore reverenziale, causato con tutta probabilità dalla recente apparizione sulla terra di quegli alieni che componevano il dream team del 92. Ora, 14 anni dopo quell'incredibile Olimpiade, gli Stati Uniti non sanno più vincere. E non vincono da 6 anni ormai. Gli americani sanno benissimo perché perdono, ma da orgogliosi quali sono, non lo ammetteranno mai...e così continueranno a perdere. Perché se coach Krzyzewski ammette che “in campo internazionale abbiamo ancora molto da imparare” e il suo vice D'Antoni non può che assentire, è anche vero che dalle labbra di LeBron James (Lauro..si pronuncia LeBron, non LiBron...e Pau Gasol è spagnolo, non inglese...e Wizards non vuol dire Ribelli..) o da quelle di Dwayne Wade o Carmelo Anthony, cioè i 3 capitani, non è uscita nemmeno mezza parola sull'argomento. Anzi. Anthony ha addirittura ammesso di essere shocked, ma anche che questa “non è la fine del mondo”, che di per se è giustissimo, ma tra le righe si legge tranquillamente “siamo sempre noi i migliori”. E questo invece è sbagliato.Sono si i migliori...ma in America.
Nelle competizioni internazionali contro squadre Fiba, sono forti, non i migliori. Il difetto è la mentalità (poichè chiariamoci: se gli americani fossero meno supponenti e preparassero veramente bene le competizioni internazionali non ce ne sarebbe per nessuno), anche perchè non c'è nessun Jordan nella selezione (checchè se ne dica di Wade…per favore.) e l'unico che poteva da solo risolvere la situazione è rimasto a casa....non faccio nomi. Sarebbe paradossalmente fin troppo facile analizzare gli aspetti tecnici di cui deficitano gli americani, così come è ancora paradossale vedere uno con i mezzi fisici di James o Wade non riuscire a fermare nemmeno con lo sgambetto quei fulmini di velocità dei greci... le basi del basket: allarghi le gambe, abbassi il baricentro, mano sulla palla e scivolamento laterale.Ecco perché persino il Portorico ha segnato 100 punti a questa nazionale!Eppure in NBA gente che difende c'è eccome, solo che essendo perlopiù scarsa in altri ambiti non viene convocata…e intanto la nazionale non è più sul trono del mondo da anni.Secondo chi scrive la via da seguire è una soltanto: convocare tra i migliori coloro che hanno più attitudine per il gioco puro, e più spirito di abnegazione (perchè caro Wade, lo spavaldo lo puoi fare solo quando vinci..) e torneranno a vincere tranquillamente.Per finire ho un paio di sassolini da togliermi dalle scarpe (tranquillo Lauro ne ho anche 4 you):
1- Qualcuno ha spiegato a James che per essere duri non occorre fare soltanto le facce brutte?
2- Ma James non era il profeta, Dio sceso in terra, l'uomo che non si può fermare etc?..mah.
3- Allora è vero che Wade ha comprato i giornalisti per scrivere che il suo tiro dalla media era diventato automatico..
4- Bonamico, non stiamo all'osteria con un grappino in mano...sei sulla Rai, regolati con le scempiaggini.
5- Lauro..Lauro..che dire ormai ? tutto è già stato scritto, tutto è già stato detto..comunque è scevro di ogni dubbio che la Rai se ne freghi della promozione del basket..altrimenti avremmo il buon Bagatta!
Cari lettori scusate l'improfessionalità di questo articolo, ma non avrei mai potuto esprimere degnamente ciò che mi tengo dentro dall'inizio del mondiale senza usare questi toni un po’...coloriti.
Dalla prossima torno nei ranghi.

Scion

mercoledì, agosto 30, 2006

CINEMA: La terra dei (registi) morti viventi

La landa di nessuno che propone il titolo è quella piatta della recente ondata filmica che ha travolto le sale internazionali. Una mareggiata di pellicole senza idee che hanno condotto la crisi cinematografica ad assumere un respiro globale e dove, dispiace doverlo sottolineare, bisogna annoverare un’opera di presunto alto calibro: La terra dei morti viventi di George Andrew Romero. Dal film del leggendario regista degli zombi avremmo preteso non di più, ma proprio tutt’altro lungometraggio. La pellicola dal titolo originale Land of the dead era preannunciata in lavorazione da almeno otto anni e avrebbe dovuto essere il grandioso ritorno del cineasta divenuto cult negli anni ’70 grazie a La notte dei morti viventi, Zombi e Il giorno degli Zombi. L’attesa era cresciuta, le voci che circolavano parlavano di un film maestoso e angosciante, la lotta umana per la sopravvivenza in un mondo dominato dai morti che camminano. Invece….si è rivelato un film insulso, quasi un offesa in ricordo alla precedente trilogia capolavoro. Una trama banale che potrebbe esser stata scritta da qualunque regista horror sulla piazza, con dialoghi al limite del farsesco e action-splatter a dosi massicce, che alla fine suscitano più noia che brividi nel pubblico in sala. La storia narra la vita di una nuova società umana, guidata come nel medioevo da un despota-tiranno (Dennis Hopper), che crede di avere la responsabilità di proteggere la “sua” gente, ghettizzandola. Al di fuori delle barriere protettive, orde di zombi, stanchi di essere divenuti bersagli semi-mobili, sviluppano una capacità comunicativa e una raziocinante lucidità famelica, che li spingerà ad entrare nella città fortificata e mal difesa, dove riusciranno a lottare e a salvarsi solo un variegato manipolo di personaggi (tra cui non spicca l’italiana Asia Argento, figlia di Dario che insieme alle musiche dei Goblin aveva collaborato con Romero per il secondo capitolo della saga), i quali, guidati da un abile ex soldato (Simon Baker), daranno ancora speranza all’umanità devastata. Il film è un continuo rimando alla trilogia che l’ha preceduto, pieno di cliché autoironici che trovano il momento più emozionante nel cameo del sessantenne mago del make-up Tom Savini. I morti viventi, cardine attorno a cui dovrebbe girare la narrazione, assumono l’identità di una nuova “razza”, come un etnia del male che cerca la propria terra promessa, “un posto dove andare” come afferma nell’epilogo il protagonista Riley, perché ora che il mondo è da loro quasi interamente dominato, non sono più solo gli uomini a dover lottare per sopravvivere. La retorica che pervade l’intera pellicola è quella della polemica anti-americana di bassa lega, fiacca e piena di stereotipi classici del cinema dell’orrore, che, funzionano perfettamente in quel tipo d’ingranaggio, ma se accostati al cinema di Romero, specie in prospettiva di un’eventuale seconda trilogia, hanno l’effetto di far rivoltare anche i non-morti nelle loro tombe.

SimOne

domenica, agosto 27, 2006

Sense of humour.. parte 2°

Pensieri istantanei spesso portano a riflessioni, e le riflessioni talvolta portano a scrivere.
La mano ti si muove da sola, e tutto ti appare così chiaro mentre lo scrivi, che sei portato a chiederti da quanto tempo quel pezzo di te abitasse gli antri più reconditi della tua mente..in attesa di uscire. Questo sito/blog, oltre a parlare dei 3 argomenti che sapete, si prefigge anche di dare udienza e visibilità a chi, secondo l'insindacabile giudizio della redazione, è meritante di cotanti privilegi (si fa per dire ovviamente). Alessandro Bagnati alias Johnny (nonfaniente.blogspot.com) non è soltanto un bravo e capace ragazzo, ma è anche, secondo il nostro giudizio, un interessantissimo scrittore di mini racconti, nei quali la sua vena pulp e la cadenza cinematografica sono così ben delineate da far si che la redazione ci si rispecchi perfettamente. AVVERTENZE: si prega di leggere il seguente racconto di un fiato e senza perdersi in pensieri se non quelli che vengono richiamati dal naturale svolgimento del racconto stesso, così ve lo gustate di più.
BUONA VISIONE!

PISTOLA

In vita mia ne ho baciate di bocche, di corpi sudati, caldi, percorsi da brividi come fossero sottoposti ad elettroshock. In realtà non sono una puttana, pur avendo sempre agito su costrizione del mio feroce padrone. Ora, con la mia bocca, sto sfiorando una guancia irta di peli di barba ruvidi al tatto, è la barba di un uomo al contempo spaventato e rassegnato, consapevolezza propria solo di chi sa che la sua morte è vicina e non può far nulla per ritardarne il momento. Nonostante ciò, quell'uomo sprigiona ancora energia, calore epidermico; me ne accorgo soprattutto ora che il mio corpo è ancora freddo come può essere un pezzo di metallo limato. E' buffo: ogni volta che mi piazzano i proiettili nello stomaco dovrei provare un certo solletico, ma ora niente; non riesco ad avere alcuna reazione. Prima, anni fa, ogni volta che sentivo esplodere dal mio ventre la pallottola che poi vomitavo alla velocità della luce sulla faccia di qualcuno, provavo una certa emozione: tra la reazione fisica del passaggio da freddo a infuocato e i complimenti che biascicava il capo mentre mi soffiava sulle labbra fumanti, credevo di aver compiuto un gesto nobile. Ora non è più così: non riesco a non rendermi conto di essere un arnese che reca dolore, apre ferite, causa morte. E da quando ho appreso il mio triste compito non posso più rallegrarmi. Dannato bruto: ogni volta che ti congratuli con me per esserti stata fedele per l'ennesima volta, il sussurro delle parole che escono dalle tue luride corde vocali, le stesse identiche parole di sempre che un tempo mi facevano sentire importante, fa ardere in me la voglia di essere gettata in un fiume. Bang. "Brava, Wessy!"Man mano che mi avvicino all'uomo seduto sulla sedia di legno alla quale sono saldamente legati mani e piedi il suo sguardo si fa sempre più dilatato, il respiro diventa più profondo e ritmato da violente inspirazioni ed espirazioni, che forse sono il riflesso incondizionato di chi vuole incamerare per l'ultima volta la preziosa risorsa chiamata aria. Stavolta non voglio che vada a finire come le altre. Devo oppormi, devo fermarlo, devo salvare questa vita umana. Devo, devo, devo. Ma non posso. Il copione è lo stesso. Bang. "Brava, Wessy."La mia vita è questa e non riuscirò a cambiarla.

Non fa niente.

simulescion3

sabato, agosto 26, 2006

Sense of humour..

Shark Attack 3 - Megalodon (2002)
Quando il cinema di tendenza incrocia l’intrattenimento non sempre i risultati sono ottimali. Subentra l’incanto della trasgressione e la seduzione tipica della sciatteria. Ecco che l’arte sublima in volgarità, il trash prende il sopravvento e chi si ritrova di fronte allo schermo non può far altro che rimirare tale orribil orpello audiovisivo. La zona che ruota attorno ai D-Movie (cinema spazzatura) è terra di nessuno, un tedioso angolo di nulla in cui ci si può imbattere, nella bella mostra dei supermercati che tra cianfrusaglie varie vendono questo scorcio di triste “realtà” all’esagerata cifra di 1 euro a confezione.
Noi ve ne raccontiamo uno stralcio, tratto da quell’immaginifico sito che è terrormetal.it, a cura del nostro insano amico Paolo…


Volete sapere come può un regista creare un film semplicemente rubando filmati riguardanti gli squali alla National Geographic? Allora dovete assolutamente vedere il miracoloso nonché miracolato: “Shark Attack 3…Emergenza Squali” (regia di David Worth).Una premessa è d’obbligo: nessuno qui vuole fare il purista del cinema e lungi da me voler ricercare una morale in ogni pellicola, ma qui si esagera. Partendo dal presupposto che dopo lo squalo di Spielberg, ogni tentativo di film riuscito con tale soggetto è quantomeno vano, il nostro non tenta nemmeno di conservare una qualsivoglia dignità.Certo, questo ne fa un capolavoro di demenza rendendolo quanto meno godibile ma alcuni dettagli vanno sottolineati per rendervi partecipi del disastro cinematografico.Primo: gli squali bianchi, e dio vi abbia in grazia per questo, non emettono suoni neanche se gli piazzi una bomba a campanacci nello stomaco. Cosa fa invece il nostro eroe? Non solo emette suoni, ma ne emette di orribili. Sembra un leone marino in andropausa con evidenti problemi intestinali.Secondo (e qui c’è del genio): perché considerando le infinite conoscenze hollywoodiane in materia di effetti speciali, per ingigantire uno squalo, si ricorre alla sovrapposizione di figure rimpicciolite sullo stesso? Inoltre un Megalodon (squalo preistorico di una ventina di metri) non è semplicemente uno squalo bianco ingrandito. Ci sarà qualche differenza o no? La risposta è tristemente si.Terzo e ultimo dettaglio (e qui il genio è manifesto): per quale motivo uno squalo, pur gigante, e vi assicuro che mentre scrivo non riesco a non pensare alla scena assurda, dovrebbe ingurgitare un panfilo di discrete dimensioni per intero? No, perché un motivo plausibile non c’è, e noi spettatori attoniti non possiamo far altro che prenderne atto. Insomma, capirete ben presto da dove sono venuti fuori questi squali preistorici e non è neanche necessario delineare un minimo di trama, essendo riassunta esaurientemente nei tre punti sopra citati. Il problema è questo: come potremo da oggi in poi affrontare la lunga traversata mediterranea che separa la Sardegna da Civitavecchia, senza essere dominati dalla sensazione che da un momento all’altro uno squalo gigante di rara stupidità inghiottirà il nostro traghetto senza masticarlo?
Le soluzioni sono due: o evitate di andare in Sardegna via mare…oppure, ipotesi ben più seducente, evitate di vedere questo film.

A voi la scelta.

simulescion3

giovedì, agosto 10, 2006

CINEMA: Il ruolo dei cartoons nell'era digitale




Evoluzione e cambiamento del cinema d’animazione


Dopo l’exploit del Re Leone nel 1994 il buio. L’industria del cinema d’animazione sembrava aver smarrito la vena creativa e nemmeno il colosso Disney sembrava esimersi da tale crollo verticale. Il cerchio della vita di Simba, giudicato un capolavoro assoluto, aveva allo stesso tempo rappresentato il culmine di una generazione di cartoons e il pensionamento dell’animazione 2-D. Il pubblico, non solo i più giovani, dopo decenni di film monotematici e di rappresentazioni all’eccesso di melassa, di fatto non ne poteva più, né riusciva a digerire l’immancabile favoletta natalizia, assolutamente vietata ai maggiori di 3 anni. Poi la luce. Dalla mente di quel genio che è John Lasseter nacque un progetto destinato a rivoluzionare l’animazione sul grande schermo. Lasseter, avvalendosi dell’allora sconosciuta Pixar Animations, realizzò per conto della Disney (in veste di casa di produzione) un film in cui la tecnologia digitale sopperiva alle mancanze della bidimensione. Era il 1996, anno in cui uscì nel mondo Toy Story. Le avventure del cowboy Woody e del ranger spaziale Buzz Lightyear hanno rappresentato immediatamente la novità, sia nell’immaginario collettivo di giovani e adulti, sia per il successo planetario che questo cartone animato ha ottenuto. Le grandi major, senza trascurare il valore quasi storico dei classici, individuarono nel prodotto digitale una nuova frontiera per gli incassi e cavalcarono la nuova ondata. Gli spettatori furono molto ricettivi e, pur senz’abbandonare i loro eroi dell’infanzia (chi può fare a meno di Paperino, di Crudelia Demon o del granchio Sebastian?), si spostarono gradualmente verso opere più coinvolgenti e meno drammatiche. Chi fino ad ora si è conteso la fetta di mercato, sono due dei maggiori studios d’animazione, l’immancabile Disney, portafoglio dei laboratori Pixar, e la Dreamworks del trio Geffen-Spielberg-Katzenberg, che negli ultimi anni si sono regolarmente dati appuntamento sul campo cinematografico di battaglia. Poi, eccezion fatta per lo strepitoso e letteralmente comico L’Era Glaciale, finanziato dalla 20th Century Fox, incassi ragguardevoli e grandi successi di critica e pubblico sono stati raggiunti da alcune tra le più belle pellicole d’animazione di sempre, Monster&Co. e Alla ricerca di Nemo. Il digitale ha fornito un nuovo modo di gestire i personaggi nel loro aspetto complessivo e nei loro movimenti, sostituendo le vecchie tavole a mano e addirittura la stop-motion, tecnica per cui si gira un cartone sequenza per sequenza. Esiste sempre lo storyboard, ma è divenuto solo il primo passaggio nell’elaborazione del software digitale. L’animazione del nuovo millennio ha però raggiunto definitivamente l’Olimpo nel 2001, quando l’irriverenza con le sembianze di un orco verde ha valicato i confini del politically correct dei cartoni animati, permettendosi di entrare in concorso a Cannes, uno dei più prestigiosi festival cinematografici, diventando il film-fenomeno di un’intera stagione. Shrek, grazie ai primi due capitoli di quella che sarà una trilogia, ha incarnato un’intera generazione di cartoons, divenendo il simbolo delle nuove esigenze. Esigenze, visive e sentimentali, che hanno reso un flop i pur meritevoli Koda fratello orso e Mucche alla riscossa, dando il via alla realizzazione di altri cartoni digitali, in cui storia, ambientazione e protagonisti sono il riflesso a fumetti del nostro modo di vivere o semplicemente della nostra famiglia (vedi Gli Incredibili). Il rubinetto di questa evoluzione ora è del tutto aperto, molti nuovi progetti sono in cantiere, a partire da Cars della Pixar, e presto arriveranno nelle nostre sale. Non più come cartoni animati ovviamente, ma come veri e propri film d’animazione, che potranno far concorrenza ad un Harry Potter qualunque.

SimOne

martedì, agosto 01, 2006

BASKET: Io e la palla a spicchi


The Wizard


Andrea Bargnani: uno dei talenti romani sfornati dal Pas Don Bosco, prima scelta NBA nel draft 2006 ------------>





Con il basket ho a che fare da ormai 10 anni, ne colgo le sfumature, il non-detto e il manifestato, e tutto ciò che passionalmente gli gravita attorno.
Mio padre avrebbe preferito che imparassi a giocare a calcio, ma io –come molte altre volte in futuro- decisi di fare di testa mia e , verso la fine delle scuole medie iniziò la mia fame di basket.
Il cielo volle che me la cavassi bene subito, senza sforzi eccessivi, fatto estremamente importante quando si parla del sottoscritto e della sua manifesta riottosità nei confronti di faccende che pretendono pazienza (mai fatto un puzzle)….e questo mi permise di innamorarmi della pallacanestro.
E ne sono ancora profondamente innamorato.
Ne ho bisogno in ogni sua manifestazione, dallo stridio delle scarpe sul pavimento, fino al rimbalzare della palla e al fetore di 10 persone che corrono da 2 ore su un campo al coperto, magari in estate…l’unico rumore di cui non sento necessità è quello che fa la palla quando finisce sul ferro, perché 9 volte su 10 significa che si è sbagliato un tiro.
Dopo la parentesi della scuola media ebbi la mia seconda folgorazione….IL PAS DON BOSCO.
Il Pas era ( è? ) un centro sportivo prettamente cestistico – i campi da calcio li vicino li odiavo – costituito da tre campi regolamentari esterni ed uno un po’ più piccolo interno; lì incominciai a fare veramente sul serio, impegnandomi con una concentrazione e dedizione che raramente ho avuto in tutta la mia vita….non vedevo che il canestro e adoravo tutto quel che comportava la mia scelta, dalle fatiche alle gioie – non parlo di vittorie perché all’epoca erano veramente poche-…tanto per fare un esempio: la preparazione atletica nel tunnel era una delle pratiche sadiche preferite da Emiliano Loffredo (n.a. by SimOne: “come non ricordarselo..), non importava che tempo tirasse, quando vedevi il tunnel speravi finisse più in fretta possibile, era massacrante. Ma divertente.
Temprante, accattivante, stimolante, gratificante, tutto ciò era il Pas e la pallacanestro per me.. e lo è ancora.
Iniziai a giocare con Corrado Innocenti , che mi prediligeva spudoratamente, cosa che faceva infuriare non poco i miei compagni di squadra…mi ricordo che iniziai a montarmi la testa, e ci pensò Emiliano Loffredo a riportarmela al suo posto, e sotto di lui ho capito veramente la profonda derivazione etimologica della parola “ fatica”.
Grazie a questi due allenatori ho appreso le conoscenze che ancora oggi, anche se ampliate e rifinite, mi consentono di divertirmi al massimo in quel che adoro fare e che forse faccio meglio: giocare a pallacanestro.
Desidero ringraziare ovviamente anche Roberto Castellano e il suo infaticabile ruolo di allevatore di giovani talenti. Un grazie anche a Marino Segnani per avermi costretto a ridurre il mio gioco essenzialmente nella difesa, per 3 anni, in modo che adesso apprezzo anche quella ( anche se non credo fosse quella la sua intenzione )…e grazie ai miei compagni del Magic, che mi hanno fatto sentire “dentro” la squadra per la prima volta in vita mia.
Ah, dimenticavo di dire che il Pas è il luogo dove ha iniziato Andrea Bargnani , prima scelta assoluta del draft NBA 2006 e ora giocatore dei Toronto Raptors. Onore al Pas, culla del Basket Montesacrino. Grazie.

Scion

lunedì, luglio 31, 2006

Beyond my living ways





DIGRESSIONI – Ripensandoci…



Scuola media. Appena squillata la campanella mi riprendo dal fantasticare. Pensieri lontani al rallentatore, che coinvolgono tappeti rossi, flash e statuette dorate. Qualcosa si sta delineando nella mia mente (e sta cambiando), ricordo che ancora non avevo un’idea ben chiara di dove queste considerazioni mi avrebbero portato. Ma non importa, non c’è più tempo per pensare, è arrivata la “sacra” ricreazione.
C’è stato un momento preciso in cui in me è scattato il fascino passionale della cinematografia, il primo passo per arrivare a quella scritta, alla critica. Attirato da una minuscola locandina sul giornale, andai con mio padre e mia cugina a vedere al cinema Ace Ventura.
Il 1994…è al termine della proiezione che è cominciato tutto.
Non è stato certo un capolavoro della storia del cinema a farmi accostare alla settima arte, anche se considero il film un capolavoro del suo genere, esplicitamente comico, e Jim Carrey un genio d’attore. E’ bastato poco a fare il salto, sintomo che in me la predisposizione era innata.
Cementificandosi questa a volte insana attrazione, mi ha portato ad esplorare tutti quegli italici recessi dove la parola cinema si annidava. Sale di doppiaggio, mostre di cinema, studi televisivi, set e conferenze stampa. Ad essa si affiancava il voler scrivere, l’impeto di scrivere e di saperne di più sul variegato argomento. Partivo dal prodotto confezionato per arrivare, attingendo dalla vastità della Rete, ad una fruizione del medium a 360°.
La crescita è cambiamento, perciò accorgendomi di essere uno spillo nell’oceano, ho ridimensionato le mie conoscenze, rivisto le mie basi e sono partito. Non di testa, ma negli USA.
Per cercare oltre, sfruttando le mie esperienze e trovare l’input che decidesse cosa fare del grande passo, nome ingannevole che indica la realtà…universitaria.
L’impatto sensoriale oltre ogni aspettativa, beyond my living ways, mi ha aperto gli occhi e quando sono rientrato sapevo.
Sapevo da dove volevo cominciare e che non sarebbe stato facile arrivare dove tutt’ora non intravedo nemmeno la meta. Però mi sono mosso dai blocchi e questo è stata una buona iniezione di fiducia. Ora spetta a me non lasciar cadere i remi.
Negli ultimi tempi ho rivisto il mio rapporto con il cinema, sempre più simbiotico e disinibito, al pari con le altre manifestazioni quotidiane. Approfondisco e sento il bisogno di essere informato e d’informare. La costante voglia di un confronto che porti a concreti progetti collettivi non fa che pormi sulla mia personale lunghissima strada verso l’appagamento, professionale e non solo.
Il Cinema non mi ha cambiato la vita, ha cambiato il modo in cui io la percepisco.

SimOne

mercoledì, luglio 26, 2006

CINEMA: Famiglie a confronto


Ritratto della più comune unità domestica nella fiction cinematografica


Bob ed Helen Parr sono due persone comuni, si amano, lavorano, mantengono i propri figli, insomma hanno una vita tranquillamente nella norma. Non fosse altro che sono i rispettivi alter-ego di Mr. Incredibile e sua moglie, Elasticgirl, una coppia di supereroi che combattono i malvagi.
La sintetica trama del film d’animazione della Pixar “Gli Incredibili, una normale famiglia di supereroi” rispecchia fedelmente quello che la prolifica industria cinematografica esibisce nelle pellicole degli ultimi anni. I veri eroi, al cinema, sono quelli che lottano contro la quotidianità della loro esistenza, ciascuna con i suoi problemi, e non sempre ne escono da vincitori. Il tema della famiglia è stato riproposto con insistenza dalla nuova ondata dei cartoons (vedi l’ “Indovina chi viene a cena” versione animata in Shrek 2), ma comprende anche numerosi film che pongono al centro della propria storia il rapporto familiare, tutto compreso ovviamente. A partire dalle cerimonia iniziale (“Matrimoni e Pregiudizi”) e dagli affetti consolidati (“Un bacio appassionato”), per arrivare ai dissapori di coppia (“Closer”) e ai tradimenti coniugali (“Confidenze troppo intime”), fino ad arrivare al più controverso dei rapporti, quello dell’eterno amore-odio tra genitori e figli (“Così fan tutti”). Questo solo per citare l’ultimo mese della stagione filmica appena terminata, in cui l’ondata del tema in questione ha toccato spesso e volentieri corde sensibili in molti spettatori. Frequentemente ci troviamo di fronte a film che riflettono altri valori, il cui tema principale risulta tutt’altro, ma anche in quei casi notiamo come le scelte più difficili che i protagonisti dovranno affrontare sottintendono l’unità domestica alla base, quell’oasi di quiete che è metafora della serenità interiore. Come non pensare ad uno dei più grandi successi cinematografici degli ultimi tempi, l’epico kolossal sulla vita del condottiero romano Massimo, divenuto gladiatore per vendicare la propria famiglia sterminata dall’imperatore. “Il Gladiatore” di Ridley Scott è solo un esempio che tuttavia evidenzia tale tendenza. Hollywood e le varie cinematografie europee hanno capito che il sacro tema della famiglia (anche quello caro a certi cultori della Famiglia firmata Corleone) non ha mai smesso di essere in voga ed è ancora il motore scoppiettante di una lunga serie di sceneggiature, molte delle quali ancora in fase di elaborazione. In Italia il ritratto della famiglia è ormai divenuto (a tratti forzatamente) il simbolo per eccellenza della cinematografia nazionale, che fa del dramma di vivere, più che della parentela come espressione d’amore, una filosofia ineluttabile. Perciò le opere di Muccino e di Moretti, come quelle di altri grandi autori, sono ciò che il pubblico gradisce a riguardo. Di conseguenza sono anche il riflesso della nostra società, quella società che mostra attraverso il grande schermo le difficoltà affrontate giornalmente da ogni famiglia, tutt’oggi vista come una superlativa coesione di persone qualunque.

SimOne

martedì, luglio 25, 2006

Largo alla diffusione della satira riflessiva




http://www.beppegrillo.it/


Per chi avesse voglia di conoscere di più il mondo, per chi volesse approfondire le tematiche + scottanti d'attualità, per chi non conosce ancora il potere che l'economia globale sta esercitando sulla politica del nostro Paese (ma non solo sul nostro...) ecco il link di cui avremmo tutti sempre bisogno.
Pubblicità gratuita per il sagace comico genovese, Beppe Grillo...
COLLEGHIAMOCI!

Dal suo ultimo spettacolo Incantesimi (2006):
"Di chi abbiamo bisogno noi? Su Moveon.org un milione di persone manda un milione di e-mail alla Casa Bianca e cambiano una legge. Non hai bisogno di nessuno!"

simulescion3

mercoledì, luglio 19, 2006

BASKET: Roma accoglie la NBA



L’Italia Campione del Mondo di calcio si dedica alla pallacanestro. “NBA Europe Live is coming soon” recita lo spot della National Basketball Association, che lancia il tour europeo delle squadre professionistiche, perché davvero l’NBA sta arrivando…a Roma. Il 6 ottobre la Lottomatica Roma giocherà contro i Phoenix Suns di coach Mike D’Antoni, semifinalisti, proprio come la Virtus nel campionato italiano, della ultima stagione del basket USA. Si è tenuta presso la Sala Pietro da Cortona dei Musei Capitolini in Campidoglio una conferenza stampa per illustrare al meglio non solo la “gara–evento” del 6 ottobre, ma anche tutte le attività che regaleranno alla città di Roma una settimana di pallacanestro a 360 gradi, a cominciare dal Villaggio Champion che sarà allestito alle Terme di Caracalla. In merito alla partita con i Phoenix, la Lottomatica Roma comunica che i primi 1.500 abbonati per la stagione 2006/07 avranno diritto di prelazione sull’acquisto dei relativi tagliandi (500 biglietti di Tribuna, Curva e Galleria). La gara vuol dire soprattutto pubblico ed è per accontentare le richieste di tutti coloro che amano la pallacanestro, che il Comitato Organizzatore ha portato a Roma l'NBA. I Suns svolgeranno parte della preparazione stagionale al Centro Sportivo della Ghirada a Treviso e poi giocheranno la partita-esibizione con la Virtus al Palaeur. Pochi giorni dopo lo storico pick di Bargnani arriva la presentazione dell'evento più atteso dagli appassionati, l’NBA Europe live in Italia. A fare gli onori di casa ci ha pensato il sindaco Walter Veltroni, presenti naturalmente il presidente della Federazione Italiana Pallacanestro Fausto Maifredi, il presidente della Lottomatica Virtus Roma Claudio Toti, il presidente del Comitato organizzatore “NBA a Roma” Livio Vanghetti, il senior vice president international della National Basket Association Andrew Messick e l’ex campione NBA Larry Wright, campione con i Bullets nel 1978 e successivamente trascinatore della Virtus Roma tricolore. Ad esordire è stato proprio il sindaco che ha rivelato le origini del progetto: “Tutto è nato da un pranzo con Toti e Livio Maglietti, volevamo donare nuovo slancio alla pallacanestro e ci siamo chiesti come far tornare una franchigia NBA nella capitale. Dopo una serie di contatti e di trattative sono andato personalmente a New York per incontrare il Commissioner David Stern, il nostro colloquio è stato produttivo e dopo tanto tempo possiamo finalmente presentare questo importante evento, la lega ha capito quanto di buono potevamo offrire.” Dopo la importanti parole del primo cittadino, ha preso la parola Messick, che ha ringraziato l’Italia a nome della NBA: ''Vi ringrazio a nome di David Stern, apprezzo il tempo che mi state dedicando nonostante i mondiali, Nba Europe Live è il tentativo più ambizioso della lega di promuovere il suo prodotto nel vecchio continente, 4 squadre sono pronte a disputare il training camp lontano dagli States. Questo testimonia l'importanza che l'Europa ha per il nostro movimento,in questo caso i Suns giocheranno contro una formazione Europea di alto rango, un team che parteciperà alla prossima Eurolega e che da anni si fa valere nel campionato italiano, senza contare che la straordinaria possibilità di giocare nella città eterna non capita spesso.” Infine, al termine delle consone statistiche, irrompendo la nostalgia, ha preso il microfono Larry Wright che ha ripercorso velocemente la sua carriera capitolina, lanciandosi con impeto nei suoi ricordi, insieme all’intervento di Valerio Bianchini, che oltre a tessere le lodi del comitato infatti, ha illustrato un interessante progetto per creare una lega di pallacanestro universitaria, un'idea di grande valore che merita di essere sviluppata per donare un nuovo slancio al movimento nel nostro paese.

SimOne

lunedì, luglio 17, 2006

CINEMA: Match Point


Premetto che non amo l’opera, specie nella sua veste da grande schermo. Ma l’impresa con cui Woody Allen si rimette in gioco è la sublimazione cinematografica di un atto teatrale elegante e raffinato, contemporaneo è al tempo stesso eternamente antico. Prendendo spunto dalla Carmen di Bizet e dall’opera drammaturgica italiana, infatti sottolineata da un’accurata ed incalzante scelta musicale, Allen concede nuove prospettive alla sua lunghissima carriera, allontanandosi dagli standard della commedia che l’hanno reso famoso. Lontano da casa, l’amata New York, Allen per il suo trentacinquesimo film da regista, il secondo consecutivo solo dietro la macchina da presa dopo Melinda e Melinda, sterza bruscamente, passando da una comicità fatta di dialoghi pungenti, alla tragedia rivista in chiave espressivamente visiva. Niente è così esplicativo quanto il titolo, che richiama al punto (tennistico) in un’intensa tragica partita sentimentale. Dove l’amore è sacrificato per la menzogna e l’agiatezza di routine. Chris Wilton (glaciale nel suo fascino distaccato, l’irlandese Jonathan Ryes-Myers), preparato maestro di tennis nei circoli altolocati, incontra il ricco Tom, che gli presenta la sorella Chloe, introducendolo ai piani alti della borghesia londinese. La turbolenta entrata di Nola (una Scarlett Johannson, a cui dona il bianco, davvero troppo seducente), nella sua vita divenuta ormai una scalata sociale, provoca in lui un desiderio incontrollabile. Fino a quando, costretto a scegliere tra la passione e la tranquilla sicurezza domestica, sarà portato a compiere la più subdola delle azioni. “Bisogna imparare a nascondere lo sporco sotto al tappeto, - afferma Chris - altrimenti se ne viene travolti”. E’ il preludio all’imprevedibilità dell’agire umano, implicato in mille sfaccettature, nessuna mai uguale all’altra. L’impatto emotivo che la pellicola ha immediatamente sullo spettatore denota la volontà di Woody di ricercare nella complessità dell’animo umano ogni possibile sfumatura, ora variando i temi sul dilemma, ora sull’inganno, per vedere sino a che punto un uomo si può spingere nelle sue convinzioni ed accettare le conseguenze delle proprie azioni. Il ritmo serrato e l’alone di malessere con cui i protagonisti sono costretti a convivere è ciò per cui Match Point può accostarsi ad un’opera enfatica, dove l’intreccio narrativo passa in secondo piano rispetto all’eleganza estetica delle immagini. In particolare nel soffermarsi spesso sulle inquadrature dei volti e della città, entrambi componenti cardine del racconto ed espressione della comunicabilità del regista. Match Point è un film che scorre liscio nelle sue due ore, analizzando nel profondo la psicologia dei protagonisti, in particolare di Chris, il quale incarna le convinzioni di una società in cui viviamo e di cui, se inaspettatamente privi, siamo pronti a difendere la spontaneità, anche irrazionalmente. In questa suo ultimo lavoro, Allen ritrova la verve di un tempo e, passando dal noir sofisticato al dramma, confeziona un piccolo gioiello che non annoia mai e che nel finale pone il pubblico su un piano emotivamente critico, senza lasciargli il tempo di ottenere in compenso una motivazione. Match Point ammalia per la sua storia improvvisamente vera e per la sua visione caustica dello scorrer del tempo, dove la fortuna di Chris si mescola ai fantasmi del rimorso, un insieme che non disturba affatto il settantenne occhialuto regista, anzi rappresenta la dimostrazione che è capace di soprenderci ancora.

SimOne